Trasferelli: il nostro piccolo rito magico tra carta, matita e fantasia

C’erano giochi silenziosi, senza luci né suoni, ma capaci di tenerci incollati per ore al tavolo della cucina o sulla scrivania della cameretta. I trasferelli erano uno di questi. Una magia a metà tra l’arte e il fai-da-te: piccole immagini da “trasferire” strofinando con una matita su un fondale...

Trasferelli: il nostro piccolo rito magico tra carta, matita e fantasia

C’erano giochi silenziosi, senza luci né suoni, ma capaci di tenerci incollati per ore al tavolo della cucina o sulla scrivania della cameretta. I trasferelli erano uno di questi.

Una magia a metà tra l’arte e il fai-da-te: piccole immagini da “trasferire” strofinando con una matita su un fondale di cartoncino, creando scene uniche e irripetibili. Ogni foglio era un mondo: cowboy e indiani, città futuristiche, personaggi dei cartoni animati, ambienti marini o giungle da popolare.

Bastava premere con decisione, senza sbagliare, e quel disegno si fissava per sempre. Diffusi a partire dagli anni ’70, i trasferelli raggiunsero il loro apice tra il 1980 e il 1990, diventando uno dei passatempi più amati da bambini e bambine.

Si trovavano nelle edicole, nelle cartolerie e persino nei pacchetti regalo delle merendine o dei cereali. C’erano quelli generici – con animali, mezzi di trasporto, fate, robot – e quelli legati ai grandi brand: Goldrake, Barbapapà, Candy Candy, Mazinga, Heidi, L’Uomo Tigre, Mimì Ayuara.

Ogni set conteneva un cartoncino stampato (lo "sfondo") e un foglio trasparente con decine di piccoli disegni. Non c’erano regole fisse: il bambino era libero di creare la sua scena.

Ma c’era anche il rischio: una volta che il disegno veniva sfregato, non si poteva più spostare. E quante volte sbagliavamo posizione o ci accorgevamo che l’avevamo già consumato senza accorgerci?

Era un piccolo dramma, che però ci insegnava l’attenzione, la pazienza, la precisione. I trasferelli non erano solo gioco: erano strumento di narrazione.

Molti bambini li usavano per inventare storie, combinando più set tra loro. Era un’epoca in cui la fantasia faceva tutto.

Nessuno ci diceva cosa fare: noi prendevamo un foglio e lo riempivamo di vita. Oggi quei fogli trasparenti sembrano fragili reliquie del passato, ma per chi li ha usati rappresentano un piccolo rito d’infanzia, fatto di rumori ovattati, concentrazione e quella sensazione di soddisfazione quando l’immagine si staccava perfetta, aderendo al cartoncino.

Quello che non tutti sanno

I trasferelli nacquero negli anni ’50 in Inghilterra con il nome "Letraset", pensati inizialmente per grafici e pubblicitari. Solo negli anni '70 cominciarono a essere prodotti su larga scala anche per bambini, grazie al marchio inglese "Action Transfers".

In Italia, la diffusione fu merito della società Edilio Rusconi, che ne importò e produsse a centinaia di varianti, creando linee dedicate a personaggi dei cartoni e persino versioni in omaggio con riviste come Topolino o Corriere dei Piccoli. Alcuni set rari – come quelli di Jeeg Robot o L’Ape Maia – sono oggi oggetti da collezione, venduti a più di 100 euro a pezzo.

Esistono ancora appassionati che scansionano e restaurano digitalmente vecchi trasferelli per riportarli in vita in formato da stampare a casa.