Tears for Fears: i signori del pop che ci hanno fatto ballare e pensare

C’erano gli anni ’80 e poi c’erano i Tears for Fears. Un duo britannico, formato da Roland Orzabal e Curt Smith, capace di unire il meglio del pop sintetico di quegli anni con testi profondi e riflessivi. In un’epoca fatta di colori accesi e beat martellanti, loro arrivavano con melodie eleganti ...

Tears for Fears: i signori del pop che ci hanno fatto ballare e pensare

C’erano gli anni ’80 e poi c’erano i Tears for Fears. Un duo britannico, formato da Roland Orzabal e Curt Smith, capace di unire il meglio del pop sintetico di quegli anni con testi profondi e riflessivi.

In un’epoca fatta di colori accesi e beat martellanti, loro arrivavano con melodie eleganti e arrangiamenti curatissimi, capaci di accarezzare l’anima e far muovere i piedi allo stesso tempo. Il successo arrivò presto, con l’album The Hurting (1983), che già conteneva brani diventati cult come Mad World — malinconica, intensa, così diversa da tutto il resto.

Ma fu con Songs from the Big Chair (1985) che i Tears for Fears si imposero come superstar mondiali. Shout, Everybody Wants to Rule the World, Head Over Heels… erano più di canzoni: erano inni di una generazione.

Bastavano le prime note per creare atmosfera, evocare immagini, sensazioni, pensieri. In un momento storico in cui il mondo sembrava dividersi tra spensieratezza pop e oscurità post-punk, i Tears for Fears riuscirono a trovare un equilibrio perfetto.

Parlano di controllo, ansia, cambiamento, ma lo fanno con sonorità radiofoniche, armonie che restano in testa per giorni, video iconici su MTV. E ogni loro brano, pur essendo personale e intimo, sembrava parlare a tutti.

Anche il look era inconfondibile: Roland con la sua chioma ribelle e lo sguardo profondo, Curt con i capelli ricci e l’aria tranquilla, quasi timida. Due personalità diverse, ma complementari, che sapevano dare un’identità forte a ogni album, a ogni apparizione.

Dopo gli anni di gloria arrivarono silenzi, pause, percorsi solisti. Ma i loro brani non hanno mai smesso di far parte della nostra vita.

Ancora oggi, quando parte Shout o Woman in Chains, il tempo sembra fermarsi. E ci ricordiamo di quando, in macchina, al mare o davanti allo stereo, mettevamo “Play” e il mondo sembrava avere un senso.

Quello che non tutti sanno

Il nome Tears for Fears nasce da una teoria dello psicologo Arthur Janov, lo stesso che ispirò John Lennon nel suo periodo post-Beatles: la “terapia del grido primario”, secondo cui esprimere dolore attraverso il pianto e l'urlo può portare a una guarigione emotiva. Non a caso Shout non è solo un brano da ballare, ma un vero invito a liberarsi, a esprimersi.

Inoltre, Everybody Wants to Rule the World fu scritta in pochissime ore, ma diventò la loro hit più internazionale. E un dettaglio curioso: nella scena finale del film Donnie Darko (2001), la versione lenta e struggente di Mad World, reinterpretata da Gary Jules, ha riportato i riflettori su di loro, facendo scoprire i Tears for Fears anche a una nuova generazione di sognatori malinconici.