Tamagotchi: quando un portachiavi ci ha insegnato a prenderci cura di una vita

Era il 1996 quando Bandai, colosso giapponese dei giocattoli, lanciò sul mercato un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: un piccolo uovo elettronico con uno schermo in bianco e nero, tre pulsanti e un cucciolo digitale da accudire. Il Tamagotchi non era solo un gioco: era una responsabilità...

Tamagotchi: quando un portachiavi ci ha insegnato a prenderci cura di una vita

Era il 1996 quando Bandai, colosso giapponese dei giocattoli, lanciò sul mercato un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: un piccolo uovo elettronico con uno schermo in bianco e nero, tre pulsanti e un cucciolo digitale da accudire. Il Tamagotchi non era solo un gioco: era una responsabilità, una presenza costante nella tasca dei bambini e degli adolescenti di mezzo mondo.

Bastava un bip improvviso per farci correre, durante la ricreazione o a tavola, perché “stava male”, “aveva fame” o, peggio, “stava morendo”. All’epoca non avevamo ancora gli smartphone, ma quel portachiavi ovale con l’anellino di metallo sembrava una porta su un altro mondo.

Ogni Tamagotchi nasceva, cresceva e, se non curato, moriva. Era un'esperienza di crescita emotiva travestita da passatempo.

Dovevamo dargli da mangiare, pulirlo, giocare con lui e metterlo a dormire. L’orologio interno non si fermava mai, nemmeno di notte.

Quanti di noi lo spegnevano col senso di colpa, o lo affidavano alla nonna quando si andava in gita? Nel 1997 arrivò anche in Italia, invadendo le cartolerie e le edicole.

A scuola iniziarono le “retate” dei professori, esasperati da quegli allarmi continui che interrompevano le lezioni. Alcuni istituti li proibirono.

Ma la febbre era inarrestabile: bastava un’occhiata all’uovo del compagno di banco per vedere che tipo di animale aveva, che età aveva raggiunto e quanto fosse felice. Ogni Tamagotchi era diverso: la sua evoluzione dipendeva da come lo trattavi.

Se lo curavi con amore, diventava un adulto felice. Se lo trascuravi, si trasformava in una creatura triste e irritabile.

In un’epoca in cui la tecnologia era ancora "magica", imparavamo l’importanza della costanza, dell’attenzione, dell’affetto. E anche il concetto, doloroso ma educativo, della perdita.

Negli anni successivi il Tamagotchi ha vissuto diverse reincarnazioni: a colori, con connessione infrarossi, in versione app. Ma nulla ha mai davvero eguagliato l’impatto emotivo del primo modello, quello semplice, con uno schermo pixelato e tre pulsanti che ci facevano sentire indispensabili.

Quello che non tutti sanno

Il nome "Tamagotchi" deriva dalla fusione di due parole giapponesi: "tamago" (uovo) e "watchi", traslitterazione fonetica di "watch" (orologio). All’origine del gioco c’era un’idea molto seria: Bandai, ispirata da un documentario in cui un bambino sognava di portare con sé il proprio animale domestico, volle creare un pet tascabile che insegnasse ai più piccoli il senso della responsabilità.

La prima versione, quella del 1996, vendette più di 40 milioni di pezzi nel mondo entro i primi tre anni, causando persino disagi psicologici in alcuni bambini affezionati, tanto che alcuni genitori protestarono pubblicamente. In Giappone vennero anche creati dei “Tamagotchi Hotel” dove era possibile affidare il proprio cucciolo digitale in caso di vacanze o impegni.