Spuntì: quando un panino al volo sapeva di libertà

C'erano giorni, negli anni '80 e '90, in cui bastava aprire il frigo e trovare una scatoletta di Spuntì per sentirsi i padroni del mondo. Quel piccolo contenitore ovale in alluminio, con la sua linguetta da sollevare e il profumo salato che si sprigionava appena aperto, era molto più di una meren...

Spuntì: quando un panino al volo sapeva di libertà

C'erano giorni, negli anni '80 e '90, in cui bastava aprire il frigo e trovare una scatoletta di Spuntì per sentirsi i padroni del mondo. Quel piccolo contenitore ovale in alluminio, con la sua linguetta da sollevare e il profumo salato che si sprigionava appena aperto, era molto più di una merenda: era un simbolo.

Uno di quei prodotti capaci di raccontare l'infanzia con un solo morso. Spuntì era la merenda delle gite scolastiche, degli zaini lanciati sul divano al ritorno da scuola, dei pomeriggi passati davanti alla TV a guardare "Bim Bum Bam" con un panino in mano.

Nato nel 1968 ma divenuto un'icona pop tra gli anni Ottanta e Novanta, Spuntì fu un'intuizione della Simmenthal, l'azienda milanese già celebre per le sue famose scatolette di carne in gelatina. Ma a differenza di quest’ultima, Spuntì puntava a un pubblico molto più giovane: bambini, ragazzini, studenti sempre affamati.

Era comodo, pronto all’uso, e perfettamente spalmabile su pane, cracker, grissini o anche cucinato in ricette creative (qualcuno lo metteva persino nella pasta!). Il gusto più amato era quello classico: un mix di carne suina e bovina tritata finemente, amalgamata con grasso e spezie, dal sapore delicato ma inconfondibile.

Col tempo ne uscirono varianti: al prosciutto, al pollo, al tonno e persino alle verdure, nel tentativo di intercettare nuovi gusti e modelli alimentari. Ma l’originale rimaneva il più richiesto.

La pubblicità di Spuntì è un altro frammento incastonato nella memoria di chi è cresciuto in quel periodo. “Spuntì, Spuntì… che bontà!”, cantava il jingle diventato tormentone, accompagnato da spot semplici ma efficaci, in cui bambini entusiasti spalmavano il contenuto sul pane con sorrisi larghi e panini ancora più larghi. Lo slogan funzionava perché parlava direttamente ai piccoli (e ai genitori) di qualcosa pratico e goloso.

Spuntì rappresentava anche l’autonomia alimentare: i bambini imparavano a prepararsi da soli la merenda, senza dover cucinare o riscaldare nulla. Bastava un coltello (quello di plastica, magari) e un panino: ed eri pronto a tornare a giocare.

Era un tempo in cui si correva meno per la dieta e più per il cortile. Poi, con l’arrivo degli anni 2000 e l’ondata salutista, Spuntì ha perso il suo ruolo centrale nelle dispense degli italiani.

Il consumo è diminuito, le mamme sono diventate più attente agli ingredienti, e nuove alternative hanno invaso il mercato. Ma per chi c’era, il ricordo è ancora lì: una scatoletta che, come una macchina del tempo, sa riportare all’istante nel profumo dei pomeriggi liberi, delle merende sincere e dell’infanzia che non tornerà.

QUELLO CHE NON TUTTI SANNO

Il nome “Spuntì” fu scelto per evocare lo “spuntino”, ma anche per suggerire qualcosa di simpatico, corto e facile da ricordare. La ricetta originale era frutto di una precisa ricerca industriale per trovare una carne spalmabile che non avesse bisogno di refrigerazione, da qui l'uso di una miscela stabilizzata con grassi e conservanti naturali, in linea con le norme dell’epoca.

Spuntì ha avuto anche un’importante diffusione nei paesi dell’Est Europa dopo la caduta del Muro di Berlino, dove era considerato un prodotto esotico e di lusso. Inoltre, le prime confezioni degli anni ’70 non avevano la linguetta: si aprivano con l’apriscatole classico!