Space Invaders: quando gli alieni pixellati conquistarono il mondo (e le sale giochi)
C’è stato un tempo in cui bastava una manopola, un pulsante e un mucchio di gettoni per sentirsi un eroe spaziale. Quel tempo iniziò nel 1978, quando un videogioco giapponese chiamato Space Invaders invase le sale giochi di tutto il mondo. In Italia, arrivò nei bar, nei cinema e nei circoli ricre...
C’è stato un tempo in cui bastava una manopola, un pulsante e un mucchio di gettoni per sentirsi un eroe spaziale. Quel tempo iniziò nel 1978, quando un videogioco giapponese chiamato Space Invaders invase le sale giochi di tutto il mondo.
In Italia, arrivò nei bar, nei cinema e nei circoli ricreativi tra la fine degli anni ’70 e i primissimi anni ’80, scatenando una vera e propria febbre da cabinato. Creato da Tomohiro Nishikado per la Taito, Space Invaders fu uno dei primi videogiochi arcade della storia a ottenere un successo planetario.
La dinamica era semplice quanto geniale: un cannone laser (controllato dal giocatore) doveva abbattere ondate di alieni che avanzavano lentamente, riga dopo riga, verso il basso. Ogni uccisione accelerava la velocità dei nemici, generando una tensione crescente che inchiodava al joystick.
Il giocatore aveva solo tre vite, e gli scudi protettivi si sgretolavano col tempo. Il "bip bip" angosciante degli alieni che si avvicinavano divenne una colonna sonora ossessiva.
L'obiettivo? Sopravvivere il più a lungo possibile e raggiungere un punteggio da leggenda, da scrivere con orgoglio nelle classifiche locali.
In un’epoca senza internet, senza salvataggi, senza tutorial, Space Invaders rappresentava una sfida pura. Nei bar italiani degli anni ’80, il cabinato era spesso assediato da ragazzini con la moneta da 200 lire già in mano, pronti a sfidarsi per il record.
Alcuni baristi mettevano un cartello: “Vietato restare davanti alla macchina senza giocare”, tanto era l’affollamento. Il successo fu talmente clamoroso che in Giappone, nel 1978, si verificò una carenza di monetine da 100 yen, a causa della quantità impressionante di partite giocate.
In Italia, contribuì a diffondere la cultura videoludica tra giovani e adulti, segnando l’inizio della generazione degli "arcade addicted". Il design iconico degli alieni a blocchetti quadrati, la grafica minimale e lo sfondo nero diedero origine a uno stile visivo immortale, citato in arte, moda e musica.
Ancora oggi, lo “Space Invader” è un simbolo pop riconoscibile ovunque.
Quello che non tutti sanno
Il creatore di Space Invaders, Tomohiro Nishikado, si ispirò al film “La guerra dei mondi” e al design dei calamari per creare i celebri alieni. Il gioco, in origine, doveva avere nemici umani o carri armati, ma fu la lentezza dell’hardware dell’epoca a spingerlo verso i movimenti lenti e regolari degli alieni, rivelatisi poi perfetti.
Inoltre, Space Invaders fu il primo gioco a introdurre il “punteggio massimo” e il concetto di “high score”, elemento oggi comune in tutto il mondo del gaming. La sua influenza fu così vasta che anche Nintendo e Atari presero ispirazione dal suo successo per lanciare i propri titoli.
Nel 1980, fu uno dei primissimi giochi a essere adattato per uso casalingo sulla console Atari 2600, contribuendo al boom del gaming domestico.