Scanner per PC: quando digitalizzare una foto era un'operazione da laboratorio
Era grande come una fotocopiatrice da ufficio e pesava quanto un televisore. Lo scanner per PC degli anni Novanta trasformava la scrivania in una sala operatoria tecnologica, con cavi dappertutto, driver da installare e procedure complesse che richiedevano la pazienza di un monaco certosino. Poss...
Era grande come una fotocopiatrice da ufficio e pesava quanto un televisore. Lo scanner per PC degli anni Novanta trasformava la scrivania in una sala operatoria tecnologica, con cavi dappertutto, driver da installare e procedure complesse che richiedevano la pazienza di un monaco certosino.
Possederne uno significava essere all'avanguardia dell'era digitale, pionieri di una rivoluzione che prometteva di trasformare foto, documenti e disegni in pixel sullo schermo del computer. Il processo di scansione era un rito sacro che iniziava molto prima di premere il fatidico pulsante.
Prima bisognava accendere lo scanner, aspettare che si "riscaldasse" per almeno cinque minuti, poi avviare il software apposito sul PC. Il programma si caricava con la velocità di una lumaca digitale, mostrando finestre piene di parametri incomprensibili: DPI, profondità di colore, gamma, curve tonali.
Era come pilotare un'astronave senza aver mai visto lo spazio. Scegliere la risoluzione era sempre un dilemma.
72 DPI per il web, 300 DPI per la stampa, 600 DPI se si voleva fare sul serio. Ma nessuno spiegava che una foto a 600 DPI avrebbe occupato decine di megabyte, una enormità per i dischi rigidi da 1 gigabyte dell'epoca.
Il risultato era un continuo compromesso tra qualità e spazio disponibile, con l'angoscia costante di riempire l'hard disk con una singola fotografia delle vacanze. Il momento più critico arrivava quando si posizionava l'oggetto da scansionare.
Foto storte, polvere invisibile a occhio nudo ma evidentissima sul monitor, impronte digitali che sembravano crateri lunari. Ogni granello di polvere diventava una montagna digitale, ogni piccola piega si trasformava in una cicatrice indelebile.
Il vetro dello scanner andava pulito con la maniacalità di un orefice, usando panni speciali e prodotti che non lasciassero aloni. La fase di anteprima era il momento della verità.
Lo scanner si metteva in moto con un ronzio meccanico, la barra luminosa iniziava il suo viaggio da un capo all'altro del documento. Era ipnotico guardare quella luce che si muoveva lentamente, illuminando il nostro tesoro cartaceo.
L'anteprima appariva sullo schermo dopo interminabili secondi, spesso storta, con colori sbiaditi o troppo saturi. Iniziava così una serie infinita di prove e aggiustamenti.
I software di scansione erano piccoli mostri di complessità. Photoshop, Paint Shop Pro, o i programmi forniti con lo scanner stesso: ogni interfaccia era diversa, ogni funzione nascosta in menu impronunciabili.
Regolare luminosità, contrasto, saturazione dei colori richiedeva competenze da tecnico di laboratorio fotografico. I più fortunati avevano stampanti a colori per vedere il risultato finale, gli altri dovevano fidarsi di monitor spesso scalibrati.
La scansione definitiva era un'epopea tecnologica. Tempi biblici per digitalizzare una singola pagina A4 a buona risoluzione.
Il computer si bloccava, il disco rigido cigolava disperatamente, la ventola del processore ululava come un jet in decollo. Era normale aspettare dieci minuti per una foto, mezz'ora per un documento complesso.
Nel frattempo non si poteva fare altro: il PC era totalmente occupato in questa missione digitale.
Quello che non tutti sanno
I primi scanner per PC utilizzavano tecnologia CCD (Charge Coupled Device) derivata direttamente dalle videocamere professionali degli anni Ottanta. Il sensore CCD di uno scanner domestico degli anni Novanta conteneva fino a 10.000 fotodiodi per pollice, ognuno capace di distinguere 256 tonalità per ogni colore primario.
Gli scanner più costosi dell'epoca, quelli da oltre 2 milioni di lire, montavano lampade allo xeno che garantivano una durata di 100.000 scansioni, mentre quelli economici usavano lampade alogene che si esaurivano dopo 10.000 utilizzi. Il record di risoluzione per uno scanner domestico anni Novanta appartiene ai modelli Microtek, che raggiungevano i 2.400 DPI ottici, una qualità superiore a molti scanner professionali odierni.
Il software di scansione occupava mediamente 50 megabyte di spazio su disco, l'equivalente di 35 floppy disk, e richiedeva almeno 16 MB di RAM per funzionare decentemente.