Radiohead: malinconia di Oxford e "Creep" generazionale
Oxford, fine anni Ottanta. Cinque ragazzi di buona famiglia trasformarono l'alienazione adolescenziale in arte rock visionaria. I Radiohead nascevano come On A Friday dalla passione condivisa di Thom Yorke, Jonny Greenwood, Ed O'Brien, Colin Greenwood e Phil Selway per il rock alternativo che sta...
Oxford, fine anni Ottanta. Cinque ragazzi di buona famiglia trasformarono l'alienazione adolescenziale in arte rock visionaria.
I Radiohead nascevano come On A Friday dalla passione condivisa di Thom Yorke, Jonny Greenwood, Ed O'Brien, Colin Greenwood e Phil Selway per il rock alternativo che stava emergendo dall'underground americano ed europeo. Thom Yorke possedeva una voce unica: fragile e potente insieme, capace di passare dal falsetto angelico all'urlo disperato senza perdere intensità emotiva.
La sua scrittura affrontava temi universali dell'esistenza moderna: solitudine urbana, ansia esistenziale, rapporti umani difficili. Rappresentava perfettamente il malessere di una generazione cresciuta tra boom economico e crisi di valori. "Creep" del 1992 divenne inno involontario degli outsider mondiali.
Il brano conteneva tutto il DNA Radiohead: melodie bellissime avvolte in arrangiamenti cupi, testi di profonda vulnerabilità emotiva, produzione che alternava momenti intimi a esplosioni sonore devastanti. Jonny Greenwood creò quel riff di chitarra iconico quasi per caso, aggiungendo distorsione e feedback per "rovinare" una canzone che considerava troppo dolce.
L'album "The Bends" del 1995 consolidò la loro reputazione artistica. Brani come "High and Dry" e "Fake Plastic Trees" mostravano maturità compositiva rara per una band così giovane.
La produzione, curata con ossessione maniacale, creava atmosfere cinematografiche dove ogni strumento aveva spazio e funzione precisa. Colin Greenwood al basso portava solidità ritmica e senso melodico, mentre Phil Selway alla batteria sviluppava patterns complessi ma sempre al servizio della canzone.
Ed O'Brien aggiungeva texture chitarristiche che completavano i paesaggi sonori disegnati da Jonny, musicista prodigioso capace di suonare qualsiasi strumento. In Italia, i Radiohead conquistarono immediatamente il pubblico alternativo. "Creep" passava su Radio Deejay e MTV, diventando colonna sonora di adolescenze difficili e primi amori complicati.
La loro musica parlava a chi si sentiva diverso, inadeguato, fuori posto nel mondo degli anni Novanta. La band rappresentava l'evoluzione del rock britannico: mantenevano la tradizione melodica inglese ma la contaminavano con influenze post-punk, grunge e musica elettronica sperimentale.
Ogni album mostrava crescita artistica costante, rifiutando formule commerciali preconfezionate. I loro concerti erano esperienze totalizzanti.
Thom Yorke sul palco incarnava perfettamente il frontman degli anni Novanta: intenso, vulnerabile, ipnoticamente carismatico. La band suonava con precisione chirurgica ma manteneva sempre spontaneità emotiva. "OK Computer" del 1997 li consacrò definitivamente come una delle band più importanti della loro generazione, influenzando profondamente l'evoluzione del rock alternativo verso il nuovo millennio.
Quello che non tutti sanno
Il nome Radiohead derivava dalla canzone "Radio Head" dei Talking Heads, band che Thom Yorke considerava fondamentale per la sua formazione musicale. Jonny Greenwood iniziò a suonare la chitarra da autodidatta a 13 anni, ma aveva studiato viola e pianoforte classico al college, competenze che portò negli arrangiamenti più complessi della band. "Creep" fu inizialmente rifiutata dalla loro casa discografica che la considerava "troppo deprimente" per il mercato radiofonico.
La canzone divenne hit mondiale solo dopo che una radio israeliana iniziò a trasmetterla ossessivamente. Durante le registrazioni di "The Bends", la band utilizzava una tecnica chiamata "sound on sound" registrando parti multiple sulla stessa traccia per creare effetti di riverbero naturale impossibili da ottenere digitalmente.
Thom Yorke soffriva di paralisi parziale dell'occhio sinistro dalla nascita, dettaglio che contribuiva alla sua espressività scenica unica. Phil Selway, oltre a essere batterista, componeva musica da camera per ensemble classici, passione che influenzò sottilmente la complessità ritmica dei brani più sperimentali della band.