Quando la macchina andava "a tre" e il motore aveva il singhiozzo
Negli anni Ottanta, ogni automobilista italiano conosceva perfettamente quella sensazione di panico misto a rassegnazione quando, improvvisamente, la propria auto iniziava a perdere colpi. "La macchina va a tre" era l'espressione che risuonava immediatamente, pronunciata con quel mix di competenz...
Negli anni Ottanta, ogni automobilista italiano conosceva perfettamente quella sensazione di panico misto a rassegnazione quando, improvvisamente, la propria auto iniziava a perdere colpi. "La macchina va a tre" era l'espressione che risuonava immediatamente, pronunciata con quel mix di competenza tecnica e filosofica accettazione tipicamente italiana. L'espressione nasceva da una realtà meccanica precisa: quando uno dei quattro cilindri del motore smetteva di funzionare correttamente, l'auto continuava a marciare con soli tre cilindri operativi.
Il risultato era un andamento claudicante, una perdita di potenza evidente e quel caratteristico suono irregolare che ogni guidatore imparava presto a riconoscere. Era l'epoca delle Fiat 127, delle Renault 4 e delle Volkswagen Golf di prima generazione, auto che, pur essendo rivoluzionarie per i loro tempi, richiedevano una manutenzione costante e una certa dose di pazienza da parte dei proprietari.
Le officine meccaniche erano luoghi di pellegrinaggio settimanale, dove i meccanici - veri e propri medici dell'automobile - diagnosticavano i malanni più comuni con una semplice occhiata sotto il cofano. "Va a tre" diventò rapidamente una metafora che superò i confini dell'automotive. Si utilizzava per descrivere qualsiasi situazione in cui qualcosa non funzionava al massimo delle proprie potenzialità: un elettrodomestico difettoso, una persona particolarmente stanca, persino una giornata storta.
Era il modo italiano di dire che le cose non andavano benissimo, ma che comunque si poteva tirare avanti. I più esperti sapevano che spesso il problema era legato alle candele sporche, ai cavi dell'accensione usurati o al carburatore che necessitava di una bella ripulita.
Ma c'era anche chi, con tipica ironia italiana, sosteneva che bastasse dare qualche pacca sul cofano o pronunciare la giusta bestemmia per risolvere temporaneamente il problema. L'espressione accompagnava spesso lunghi viaggi estivi verso le località di villeggiatura, quando le auto cariche di bagagli e famiglie al completo affrontavano salite impegnative con il motore che faticava e il conducente che mormorava speranzoso: "Dai, non andare a tre proprio adesso".
Quello che non tutti sanno
Il fenomeno del motore "a tre cilindri" era spesso causato dalla benzina italiana degli anni Ottanta, che aveva un numero di ottani inferiore rispetto agli standard attuali e conteneva ancora piccole quantità di piombo. Questo carburante, unito alle tecnologie di iniezione ancora primitive, causava frequenti problemi di combustione irregolare.
Inoltre, molti automobilisti dell'epoca utilizzavano additivi fai-da-te come l'alcol etilico o persino piccole quantità di acetone per "pulire" il motore, pratiche che spesso peggioravano la situazione invece di migliorarla.