"Novantesimo minuto”: il rito domenicale che unì l’Italia del pallone
Per chi è cresciuto tra gli anni ’70, ’80 e ’90, “Novantesimo minuto” non era solo un programma: era un appuntamento sacro, un rito familiare, il suono della domenica pomeriggio. Nacque il 27 settembre 1970, sulla Rai, inizialmente in bianco e nero, per raccontare in differita e con sintesi brevi...
Per chi è cresciuto tra gli anni ’70, ’80 e ’90, “Novantesimo minuto” non era solo un programma: era un appuntamento sacro, un rito familiare, il suono della domenica pomeriggio. Nacque il 27 settembre 1970, sulla Rai, inizialmente in bianco e nero, per raccontare in differita e con sintesi brevi le partite della Serie A giocate alle 15.30.
Era l’unico modo, prima dell’era delle pay TV, per “vedere” davvero il calcio giocato. La prima storica conduzione fu affidata a Paolo Valenti, volto rassicurante e garbato, capace di tenere insieme il racconto sportivo e il tono pacato di una domenica in famiglia.
Inizialmente durava solo mezz’ora, ma già negli anni ’80 diventò un vero e proprio contenitore sportivo di culto, con un picco d’ascolto che sfiorava anche i 20 milioni di telespettatori. L’orario era fisso: le 18:00, subito dopo i telegiornali regionali.
A quell’ora, le città si svuotavano, le cucine si riempivano di voci, e si accendevano i televisori. “Novantesimo minuto” aveva una struttura semplice ma potentissima: collegamenti da tutti gli stadi, giornalisti storici come Gianni Vasino da San Siro, Tonino Carino da Ascoli, Luigi Necco da Napoli (con le sue cronache dal mitico stadio San Paolo), che raccontavano non solo il calcio ma anche la gente, le città, i dialetti. Ogni inviata aveva uno stile personale, e spesso diventava parte della memoria collettiva tanto quanto i gol trasmessi.
Non esistevano highlights online o notifiche in tempo reale: per sapere com’era andata davvero la domenica calcistica, bisognava aspettare “Novantesimo minuto”. E l’attesa era parte del piacere.
I bambini correvano a casa dal catechismo, i papà si sistemavano in poltrona, e tutta l’Italia si univa davanti a uno schermo che raccontava i gol, le polemiche, le magie del calcio italiano. Negli anni ’80, con l’ascesa di campioni come Maradona, Platini, Zico e Van Basten, il programma divenne ancora più centrale.
Ogni domenica, si aspettava di vedere il sinistro di Baggio, la “mano de Dios” di Diego, i miracoli di Zenga o le reti di Vialli. La musica della sigla – composta da Teo Usuelli – era inconfondibile, malinconica, e sembrava segnare davvero la fine del weekend.
Dopo la scomparsa di Paolo Valenti nel 1990, il programma conobbe vari cambi di conduzione (Franco Lauro, Fabrizio Maffei, e successivamente anche Marco Mazzocchi), ma lo spirito originario andò lentamente affievolendosi, anche a causa della concorrenza della pay TV e della trasmissione delle partite in diretta.
Quello che non tutti sanno
Il nome “Novantesimo minuto” fu ideato da Maurizio Barendson, uno dei pionieri del giornalismo sportivo televisivo italiano. La trasmissione doveva inizialmente chiamarsi “La Domenica sportiva del pomeriggio”, ma fu proprio Barendson a volere un titolo più evocativo, ispirato al novantesimo minuto delle partite di calcio, il momento in cui tutto può cambiare.
Nei primi anni, per evitare che il pubblico disertasse gli stadi, la Rai mostrava solo tre o quattro partite per volta, selezionate a rotazione. Inoltre, per “dribblare” il divieto di mostrare immagini troppo presto, le prime sintesi venivano trasmesse senza audio dello stadio, con la sola voce narrante del giornalista, per rendere l’esperienza più “giornalistica” che spettacolare.
Il pubblico, però, se ne innamorò lo stesso.