Nomi, cose e città: il gioco che ha unito generazioni armate di penna e fantasia

Prima dell’arrivo degli smartphone e delle app per passare il tempo, c’era un gioco semplice, geniale, eppure irresistibile: Nomi, cose e città. Bastavano una penna, un foglio e almeno due giocatori per dare il via a una sfida fatta di creatività, memoria e velocità. Un grande classico dei viaggi...

Nomi, cose e città: il gioco che ha unito generazioni armate di penna e fantasia

Prima dell’arrivo degli smartphone e delle app per passare il tempo, c’era un gioco semplice, geniale, eppure irresistibile: Nomi, cose e città. Bastavano una penna, un foglio e almeno due giocatori per dare il via a una sfida fatta di creatività, memoria e velocità.

Un grande classico dei viaggi in macchina, dei pomeriggi tra cugini, delle ricreazioni a scuola. Un gioco che non invecchia mai e che, per chi è cresciuto negli anni ’80 e ’90, è sinonimo di risate, litigi su parole inventate e quel brivido che correva quando si esclamava: “STOP!”.

Le regole erano semplici: si tracciava una tabella con le colonne — solitamente nome, cosa, animale, città, colore, fiore, mestiere, ma ognuno poteva aggiungerne di nuove a piacere. Si sceglieva una lettera dell’alfabeto, e da quel momento partiva una corsa contro il tempo per compilare ogni categoria con parole che iniziassero proprio con quella lettera.

Vinceva chi riusciva a completare più categorie correttamente, con un punteggio spesso deciso “democraticamente” al momento. Niente tecnologia, nessun bisogno di connessione: solo carta, penna e cervello.

Era un modo per imparare parole nuove, esercitare la memoria, allenare la mente — senza neanche accorgersene. Ma era anche un gioco socialissimo, dove ogni turno diventava un piccolo duello intellettuale.

E quando due giocatori scrivevano la stessa parola… “Vale solo 5 punti!”. Una piccola delusione che spingeva ad essere sempre più originali.

Ogni generazione ha avuto le sue lettere preferite (“C” e “M”, facili e generose) e quelle temute (“Q”, “Z” e “Y”, croce dei giocatori più giovani). Le discussioni più accese nascevano su parole strane o improbabili (“Ma nocchiere è un mestiere?” – “Uliveto è una città?”), e le risate arrivavano quando si compilavano tutte le caselle tranne una… o quando si scrivevano parole inventate all’ultimo secondo, sperando che gli altri non se ne accorgessero.

Nomi, cose e città era anche un perfetto “gioco da diario”: negli anni ’90 molti bambini lo disegnavano sulle ultime pagine dei quaderni o lo ritagliavano da riviste e giornalini. E quando non si aveva voglia di pensare, si giocava “solo con le città”, oppure “solo con i mestieri”, creando versioni personalizzate ogni volta diverse.

Oggi, nonostante le app e i giochi digitali, Nomi, cose e città resiste. Lo si trova nei campeggi, durante i viaggi in treno, nelle cene tra amici nostalgici.

Perché non è solo un gioco: è un tuffo in quel tempo in cui bastava un foglio per creare un mondo.

Quello che non tutti sanno

Le origini di “Nomi, cose e città” risalgono a giochi educativi praticati già nell’Ottocento, ma la sua versione moderna prese piede nel dopoguerra, diventando popolarissima negli anni ’60 grazie al suo uso nelle scuole come passatempo linguistico. In alcuni Paesi, esistono versioni simili: in Germania è noto come “Stadt, Land, Fluss” (Città, Paese, Fiume), mentre negli Stati Uniti si gioca una variante chiamata “Scattergories”, commercializzata come gioco in scatola.

In Italia, il gioco non è mai stato brevettato, ma fu venduto per un periodo negli anni ’90 in edicola sotto forma di blocchi prestampati, con tanto di punteggi preimpostati. Oggi è stato digitalizzato, ma resta insuperabile nella sua versione cartacea, fatta di scarabocchi, parole tagliate di fretta e risate scritte a mano.