Musicassette: quando riavvolgere con la penna era un gesto d’amore

C’era un tempo in cui la musica aveva un suono più caldo, più umano, più imperfetto. Un tempo in cui ascoltare la propria canzone preferita significava prepararsi con cura: inserire la musicassetta, premere play, e magari aspettare di superare quella fastidiosa porzione di nastro già consumata. L...

Musicassette: quando riavvolgere con la penna era un gesto d’amore

C’era un tempo in cui la musica aveva un suono più caldo, più umano, più imperfetto. Un tempo in cui ascoltare la propria canzone preferita significava prepararsi con cura: inserire la musicassetta, premere play, e magari aspettare di superare quella fastidiosa porzione di nastro già consumata.

Le cassette audio – o semplicemente “cassette” – sono state l’anima sonora degli anni ’80 e ’90, le compagne di ogni viaggio, i regali più emozionanti, i tesori nascosti nel cruscotto della macchina di papà o in fondo allo zaino di scuola. Introdotta per la prima volta nel 1963 dalla Philips come "Compact Cassette", fu negli anni ’80 che la musicassetta divenne lo standard mondiale per l’ascolto musicale domestico e portatile.

Il suo formato maneggevole, la possibilità di registrare da radio o giradischi, e il costo contenuto la resero popolarissima. Tutti, ma proprio tutti, avevano almeno un registratore a doppia cassetta in casa, per “copiare” gli album degli amici o creare le famose cassette mix, con titoli scritti a mano e copertine disegnate con dedizione.

Negli zaini c’erano le custodie rigide da 10 o 20 cassette, che si aprivano come scrigni. Nei walkman – veri status symbol – si infilavano compilation personali, con le canzoni d’amore per lei, i brani da ballare tra amici, o la registrazione clandestina del concerto in piazza.

Ogni nastro aveva due facce (lato A e lato B), e bisognava riavvolgere manualmente con la penna Bic infilata nei fori, per evitare di consumare le pile del walkman. La qualità audio era soggetta al tempo: dopo troppi ascolti, la voce di Madonna o dei Duran Duran diventava un po’ nasale, e se il nastro si attorcigliava… bisognava aprire con delicatezza e tentare un salvataggio chirurgico.

Ma proprio queste imperfezioni rendevano le cassette vive: raccontavano la nostra storia. E poi c’erano le “cassette vuote”, come le TDK, Sony, BASF, Maxell, da 60 o 90 minuti, pronte per ogni registrazione possibile: dalla radio, dalla TV, o dai primi CD.

Aspettare con il dito sul tasto REC per catturare quella canzone in classifica era un rito. E non era raro registrare anche messaggi vocali, sketch con gli amici, o dichiarazioni d’amore.

Quello che non tutti sanno

Nel 1983, le vendite di cassette audio superarono per la prima volta quelle dei vinili, segnando un cambio epocale nel consumo musicale. In Italia, le edicole iniziarono a vendere compilation su cassetta già alla fine degli anni ’70, e negli anni ’90 nacque un vero mercato parallelo di cassette pirata, spesso vendute fuori dagli stadi dopo i concerti.

Le cassette originali avevano spesso una caratteristica linguetta di plastica da rompere per impedirne la sovrascrittura: ma bastava metterci un pezzo di nastro adesivo per “sbloccarla”. Inoltre, molte radio italiane come Radio Deejay, RTL, Rete 105 pubblicavano cassette ufficiali con programmi registrati o speciali musicali.

Oggi, la musicassetta è tornata in voga tra i collezionisti e alcuni artisti moderni (come Billie Eilish o The Weeknd) hanno ripubblicato i loro album anche in formato tape, per celebrare il fascino analogico di un’epoca indimenticabile.