Masterizzatori: i primi maghi digitali e le loro macchine da sogno
Alla fine degli anni Novanta, in ogni quartiere d'Italia esisteva "quello con il masterizzatore". Un personaggio quasi leggendario, circondato da un'aura di mistero tecnologico, proprietario di una macchina dal costo proibitivo che sembrava uscita direttamente dal futuro. Erano i pionieri dell'er...
Alla fine degli anni Novanta, in ogni quartiere d'Italia esisteva "quello con il masterizzatore". Un personaggio quasi leggendario, circondato da un'aura di mistero tecnologico, proprietario di una macchina dal costo proibitivo che sembrava uscita direttamente dal futuro.
Erano i pionieri dell'era digitale, i primi a capire che la musica stava per cambiare per sempre, trasformando le loro camerette in piccole fabbriche di CD lucenti e miracolosi. Il masterizzatore Plextor o Yamaha costava quanto uno stipendio intero, ma chi riusciva ad acquistarlo diventava automaticamente il re del quartiere.
La sua casa si trasformava in un pellegrinaggio continuo di amici, conoscenti e sconosciuti, tutti con la stessa richiesta: "Mi masterizzi questo CD?". Era l'inizio di una piccola rivoluzione domestica che avrebbe cambiato per sempre il nostro rapporto con la musica.
L'operazione di masterizzazione era un rito quasi sacro. Bisognava chiudere tutti i programmi, disconnettere Internet, pregare che nessuno telefonasse durante il processo.
La velocità 2x sembrava un miracolo della tecnologia, ma bastava un minimo disturbo per trasformare il CD in un costoso sottobicchiere. La tensione durante quei lunghi minuti di attesa era palpabile: tutti trattenevano il fiato aspettando il suono liberatorio che annunciava la fine del processo.
I CD vergini erano tesori preziosi. Costava circa 5.000 lire ciascuno, una cifra considerevole per l'epoca.
Comprarne una confezione da 50 pezzi rappresentava un investimento importante, ma anche la promessa di diventare il fornitore ufficiale della propria cerchia di amici. Ogni disco era trattato con la cura riservata ai gioielli di famiglia, conservato in custodie trasparenti e etichettato con pennarelli indelebili.
Chi possedeva il masterizzatore sviluppava competenze tecniche straordinarie. Sapeva utilizzare programmi come Nero Burning ROM o Easy CD Creator, conosceva la differenza tra CD-R e CD-RW, dominava l'arte del buffer underrun.
Diventava il consulente informatico del quartiere, quello a cui tutti si rivolgevano per problemi che andavano ben oltre la semplice masterizzazione. L'aspetto più affascinante era la democratizzazione della creatività musicale.
Improvvisamente chiunque poteva creare la propria compilation perfetta, mixando Vasco Rossi con i Nirvana, aggiungendo quella canzone straniera sentita in radio e mai più ritrovata nei negozi. Nascevano capolavori musicali personalizzati che diventavano colonne sonore di interi gruppi di amici.
Le compilation masterizzate erano regali d'amore digitali. Creare il CD perfetto per la persona amata richiedeva ore di lavoro: scegliere le canzoni giuste, ordinarle in sequenza emotiva, calcolare i tempi per sfruttare ogni secondo dei 74 minuti disponibili.
La copertina, stampata con le prime stampanti a getto d'inchiostro, completava l'opera d'arte personalizzata. Il fenomeno creò anche i primi piccoli imprenditori digitali.
Studenti universitari che arrotondavano masterizzando CD su commissione, trasformando la propria stanza in un mini studio di produzione. Un euro a CD, due euro se includevi la copertina stampata.
Era l'anticipo di quello che sarebbe diventato il business digitale moderno. La qualità audio dei CD masterizzati in casa era rivoluzionaria rispetto alle musicassette.
Niente fruscii, niente nastri che si attorcigliavano, niente degradazione del suono dopo mille ascolti. Era la perfezione digitale a portata di mano, la possibilità di ascoltare la propria musica preferita con una fedeltà sonora prima riservata solo ai CD originali.
L'impatto sociale del masterizzatore andava oltre la semplice tecnologia. Creava nuove forme di socializzazione, scambi culturali, piccole economie parallele.
Chi lo possedeva acquisiva un potere sociale particolare, diventando il ponte tra il mondo analogico del passato e quello digitale del futuro.
Quello che non tutti sanno
I primi masterizzatori domestici utilizzavano la tecnologia "Orange Book" sviluppata da Philips e Sony nel 1990, ma il primo modello commerciale accessibile costava oltre 10.000 dollari e masterizzava alla velocità ridicola di 1x, impiegando 74 minuti per creare un singolo CD. Il "buffer underrun" era il terrore di tutti i masterizzatori: se il computer non riusciva a fornire dati abbastanza velocemente, il processo si interrompeva rovinando il CD.
Solo nel 1999 arrivò la tecnologia "Burn-Proof" che risolse questo problema. I CD-R contenevano un sottile strato di colorante organico (spesso verde o oro) che veniva "bruciato" dal laser per creare i pit e land che rappresentavano i dati digitali.
La differenza di prezzo tra CD-R e CD-RW era dovuta al fatto che questi ultimi utilizzavano materiali a cambiamento di fase molto più costosi. Durante i primi anni, masterizzare un CD richiedeva almeno 128 MB di RAM liberi: con meno memoria il rischio di buffer underrun era altissimo.
Molti dei primi "pirati" della musica iniziarono proprio con i masterizzatori domestici: il fenomeno del file sharing esplose quando questi dispositivi divennero accessibili economicamente intorno al 2000-2001.