Macchine telecomandate: sogni di velocità tra fili aggrovigliati e pile scariche
La scatola conteneva un sogno a quattro ruote. All'interno, una perfetta riproduzione in scala di una Ferrari, una Lamborghini o una Porsche aspettava di prendere vita. Accanto, il telecomando: una scatoletta rettangolare con antenna telescopica e due pulsanti magici che promettevano il controllo...
La scatola conteneva un sogno a quattro ruote. All'interno, una perfetta riproduzione in scala di una Ferrari, una Lamborghini o una Porsche aspettava di prendere vita.
Accanto, il telecomando: una scatoletta rettangolare con antenna telescopica e due pulsanti magici che promettevano il controllo totale. Ma tra il sogno e la realtà c'era un filo.
Letteralmente. Un cavo lungo tre metri che collegava auto e telecomando, trasformando ogni corsa in una danza goffa tra pilota e veicolo.
Gli anni Ottanta furono l'epoca d'oro delle macchine telecomandate a filo. Nei negozi di giocattoli troneggiavano nei reparti più ambiti, con prezzi che facevano tremare i portafogli dei genitori.
Non erano semplici giocattoli: erano progetti di ingegneria in miniatura, con motori elettrici veri, sterzo funzionante, luci che si accendevano davvero. Possederle significava entrare in una élite di piccoli piloti urbani.
Il rituale dell'assemblaggio era sacro. Inserire le pile nel telecomando, collegare il filo, controllare che tutti i contatti fossero puliti.
Poi la prima accensione: il ronzio del motore elettrico era musica per le orecchie. Il primo comando inviato, la prima curva, la prima accelerata sul pavimento del salotto.
Era pura magia tecnologica racchiusa in pochi centimetri quadrati di plastica colorata. Ma la magia durava poco.
Il filo diventava immediatamente il nemico numero uno. Si aggrovigliava attorno ai piedi, si impigliava nelle gambe delle sedie, si attorcigliava su se stesso creando nodi impossibili.
Guidare l'auto significava ballare una coreografia assurda: correre dietro al veicolo, saltare il cavo, districarsi dai mobili. La libertà promessa dal controllo remoto si trasformava in una catena di plastica lunga tre metri.
Le pile erano l'altro dramma quotidiano. I motori elettrici divoravano energia come mostri affamati.
Otto pile stilo per il telecomando, quattro per l'auto: in un pomeriggio di gioco intenso si poteva prosciugare un'intera scorta domestica. Il momento più tragico arrivava quando l'auto iniziava a rallentare, a perdere potenza, a rifiutarsi di rispondere ai comandi.
Era l'agonia delle pile scariche, che trasformava bolidi da corsa in lumache elettroniche. I circuiti casalinghi diventavano opere d'arte dell'improvvisazione.
Libri per creare salti, cuscini per curve sopraelevate, tavoli come ponti. Il corridoio di casa si trasformava in Monza, il salotto in Monte Carlo.
I genitori sviluppavano riflessi felini per evitare di calpestare le auto sfreccianti, mentre i bambini urlavano ordini al telecomando come veri team manager. Le auto più sofisticate avevano marce avanti e indietro, sterzo proporzionale, luci funzionanti.
Quelle economiche si limitavano a andare dritto o girare a destra. Ma tutte condividevano lo stesso destino: una vita breve e intensa, tra urti contro i battiscopa, cadute dalle scale, scontri frontali con i mobili.
Le carrozzerie si scheggiavanno, le ruote si stortellavano, i fili si spezzavano. Era l'usura della felicità.
Quello che non tutti sanno
Le prime macchine telecomandate commerciali furono sviluppate nel 1966 dall'azienda italiana El-Gi, ma i modelli a filo degli anni Ottanta derivavano dalla tecnologia militare americana usata per disinnescare bombe a distanza. Il cavo di controllo conteneva fino a 12 fili diversi, ognuno responsabile di una funzione specifica: motore, sterzo, luci, clacson.
Le auto più costose montavano veri differenziali meccanici in scala, identici a quelli delle auto reali ma grandi come un'unghia. Il record di velocità per una macchina telecomandata a filo appartiene a un modello tedesco del 1987 che raggiunse i 47 km/h in scala reale, equivalenti a circa 380 km/h per un'auto vera.
Il filo più lungo mai prodotto misurava 10 metri e veniva venduto come accessorio di lusso per i piloti più ambiziosi.