Living in a Box: il fenomeno pop-funk che conquistò l'Europa

C'era una volta una canzone che aveva lo stesso nome del gruppo che la cantava, un trio inglese che nel 1987 riuscì nell'impresa di creare uno dei tormentoni più irresistibili degli anni '80. "Living in a Box" non era solo un titolo accattivante, era un manifesto generazionale che riuscì a cattur...

Living in a Box: il fenomeno pop-funk che conquistò l'Europa

C'era una volta una canzone che aveva lo stesso nome del gruppo che la cantava, un trio inglese che nel 1987 riuscì nell'impresa di creare uno dei tormentoni più irresistibili degli anni '80. "Living in a Box" non era solo un titolo accattivante, era un manifesto generazionale che riuscì a catturare lo spirito di un'epoca dove il pop-funk dominava le radio e MTV era il regno incontrastato delle hit planetarie. La storia dei Living in a Box inizia nel 1985 a Sheffield, nell'Inghilterra industriale che aveva già dato i natali a band leggendarie come i Def Leppard e gli Human League.

Il keyboardista Marcus Vere e il batterista Anthony "Tich" Critchlow stavano lavorando su alcuni demo in uno studio locale quando per caso incontrarono Richard Darbyshire, cantante e chitarrista già attivo nella scena musicale con i Zu Zu Sharks. Era il 1985 e Richard rimase folgorato dal sound "blue-eyed soul" che i due stavano sviluppando.

Quella che doveva essere una semplice sessione di registrazione si trasformò nella nascita di un gruppo destinato al successo internazionale. Il nome della band nacque spontaneamente dalla prima canzone che registrarono insieme: "Living in a Box", un brano che parlava della sensazione di essere intrappolati nella routine quotidiana, tema perfetto per intercettare l'umore della gioventù degli anni '80.

La Chrysalis Records se ne accorse subito e nel dicembre 1985 offrì al trio un contratto di cinque anni, una mossa che si rivelò vincente per entrambe le parti. Il 1987 fu l'anno della consacrazione.

A marzo uscì il singolo "Living in a Box", accompagnato da un video musicale che fece il giro del mondo grazie alle rotazioni di MTV. La canzone scalò rapidamente le classifiche europee, raggiungendo il quinto posto nella Top Ten inglese e diventando l'unico brano del gruppo a entrare nella Top 40 americana, fermandosi alla posizione 17 della Billboard Hot 100.

In Italia il brano divenne un successo radiofonico immediato, trascinando nelle classifiche anche l'album omonimo pubblicato nello stesso anno. Il sound dei Living in a Box era il perfetto esempio del pop-funk dell'epoca: linee di basso slabbrate, synth che rimbombavano come campane, batteria elettronica programmata e la voce soul di Darbyshire che conferiva al tutto un'eleganza raffinata.

Non erano gli unici a proporre questa formula - erano gli anni di Level 42, Scritti Politti e King - ma riuscirono a trovare la ricetta giusta per bucare lo schermo e rimanere impressi nella memoria collettiva. Dopo il successo mondiale di "Living in a Box", il gruppo pubblicò altri due singoli dall'album di debutto: "Scales of Justice" e "So the Story Goes", quest'ultimo impreziosito dalla partecipazione vocale del leggendario Bobby Womack nella versione extended per i club.

Entrambi raggiunsero la Top 40 inglese, confermando che non si trattava di un fenomeno isolato ma di una band con un potenziale duraturo. Nel 1989 arrivò il secondo album "Gatecrashing", coprodotto da Dan Hartman e Tom Lord Alge.

Il disco conteneva altri due successi destinati alla Top Ten inglese: "Room in Your Heart" (quinto posto) e "Blow the House Down" (decimo posto). Quest'ultimo brano, in particolare, mostrava una maturazione artistica del gruppo, con arrangiamenti più sofisticati e una produzione curatissima che anticipava i suoni degli anni '90.

Tuttavia, il destino dei Living in a Box era segnato. Nel 1990, quando la Chrysalis Records venne acquisita dalla EMI, il gruppo entrò in disaccordo con la nuova etichetta riguardo alla direzione artistica da prendere.

Le tensioni portarono all'abbandono del progetto del terzo album, rimasto incompiuto, e allo scioglimento definitivo della band. Una parabola breve ma intensa, durata appena cinque anni ma sufficienti per lasciare un segno indelebile nella storia del pop degli anni '80.

Richard Darbyshire continuò la sua carriera musicale come solista, pubblicando nel 1994 l'album "How Many Angels" e diventando autore e produttore per artisti come Lisa Stansfield, Level 42 e Jennifer Rush. Marcus Vere e Anthony Critchlow si allontanarono temporaneamente dalla musica, per poi tornare nel 2016 con una nuova versione dei Living in a Box, stavolta con il cantante soul Kenny Thomas al posto di Darbyshire.

Quello che non tutti sanno

Il successo di "Living in a Box" deve molto a una coincidenza fortuita: quando Richard Darbyshire entrò nello studio dove Vere e Critchlow stavano registrando, stava cercando di decidere tra due proposte contrastanti. La Virgin Records gli aveva offerto un contratto da solista, mentre la Chrysalis voleva che diventasse il frontman di una band.

La scelta di unirsi ai Living in a Box fu presa quasi istintivamente dopo aver sentito quella prima demo, una decisione che cambiò il corso della sua vita. Inoltre, la famosa linea di basso del brano fu creata utilizzando un Yamaha DX7, il sintetizzatore che definì il sound degli anni '80, ma processata attraverso un amplificatore per basso che le conferì quella caratteristica "sporcizia" funky.

Infine, il video della canzone fu girato con un budget ridottissimo in un vecchio magazzino di Sheffield trasformato in studio, ma l'effetto finale fu così efficace che MTV lo mise in rotazione pesante, contribuendo in modo determinante al successo mondiale del brano.