Le sale giochi: templi luminosi dell'adrenalina anni ’80
Entrare in una sala giochi negli anni ’80 era come varcare la soglia di un altro mondo. Le luci al neon ti accecavano dolcemente, il rumore dei gettoni che cadevano nelle mani sudate, il loop musicale dei cabinati, il bip bip dei punteggi che salivano, le voci dei ragazzi eccitati e concentrati: ...
Entrare in una sala giochi negli anni ’80 era come varcare la soglia di un altro mondo. Le luci al neon ti accecavano dolcemente, il rumore dei gettoni che cadevano nelle mani sudate, il loop musicale dei cabinati, il bip bip dei punteggi che salivano, le voci dei ragazzi eccitati e concentrati: tutto contribuiva a creare un’atmosfera unica, frenetica e ipnotica.
Per chi è cresciuto in quegli anni, la sala giochi non era solo un posto per giocare, era il luogo. Un punto di ritrovo, un'arena, una palestra di destrezza digitale e riflessi fulminei.
La sala giochi era aperta tutto il giorno, ma il momento clou arrivava nel pomeriggio, subito dopo scuola, e soprattutto nel weekend. Si entrava con 1.000 lire in tasca, e l’obiettivo era farle durare il più a lungo possibile.
Il gettone era la nostra moneta d’oro. C’era chi lo faceva durare anche mezz’ora, chi lo consumava in meno di un minuto.
Ma quello che contava davvero era esserci, sfidarsi, guardare gli altri e imparare trucchi nuovi. I grandi classici?
Pac-Man, Donkey Kong, Frogger, Space Invaders, Out Run con il suo volante e i pedali, After Burner con la cabina che si muoveva. E poi Street Fighter, Double Dragon, Golden Axe, Ghosts 'n Goblins.
Ogni gioco aveva il suo “maestro”, quel ragazzo che ci sapeva fare davvero, che si metteva in piedi con aria seria, mani veloci, e attirava attorno a sé una folla di curiosi e ammiratori. Le sale giochi erano anche uno specchio sociale.
I “paninari” con Timberland e piumini Moncler si piazzavano sui racing game, gli skater amavano i platform, i metallari suonavano i flipper con rabbia, i timidoni si rifugiavano in Puzzle Bobble o Arkanoid. E poi c’era la macchina del cambio: mille lire, cinque gettoni.
Il rumore della gettoniera era una sinfonia. Alcuni locali avevano anche il jukebox, la macchinetta per il caffè, il flipper, o un biliardino.
I più fortunati avevano anche i cabinati a due posti con seduta, perfetti per Ridge Racer o Chase H.Q.. Le luci psichedeliche, le colonne sonore elettroniche e i riflessi sulle vetrate appannate creavano un microcosmo dove il tempo sembrava fermarsi.
Le prime sale giochi cominciarono a spopolare alla fine degli anni ’70, ma fu negli anni ’80 che divennero fenomeno di massa. Si trovavano nei centri commerciali, nelle località di mare, nei cinema o addirittura in piccoli locali di provincia.
Ogni paese ne aveva almeno una, e se non ce l’aveva, bastava un bar con tre macchine per diventare il nuovo punto di ritrovo. Oggi molte sono scomparse, travolte dall’avvento delle console domestiche e poi dal gaming online.
Ma chi ha vissuto una vera sala giochi negli anni ’80, sa che nessun joystick moderno potrà mai restituire quell’emozione.
Quello che non tutti sanno
Le sale giochi degli anni ’80 in Italia venivano regolarmente controllate dalla Polizia Municipale e dai Carabinieri per verificare che i cabinati non fossero truccati o irregolari. Esistevano veri e propri “concorsi clandestini” in alcune città, dove i migliori giocatori si sfidavano per premi in denaro o gettoni gratuiti.
Inoltre, molti cabinati importati dagli Stati Uniti o dal Giappone venivano modificati artigianalmente in Italia per renderli più difficili (e più redditizi per i gestori), dando vita alle cosiddette “versioni hack”. E c’è di più: il primo cabinato con sedile mobile e volante rotante, Hang-On della SEGA, veniva soprannominato “la moto” e fu vietato temporaneamente in alcune scuole per “indurre comportamenti pericolosi nei ragazzi”, secondo una circolare del 1986.