Le 500 lire di carta: fragili come farfalle e quindi sostituite

Era il 1966 quando nelle nostre tasche arrivò una rivoluzione silenziosa. Le gloriose 500 lire d'argento con le caravelle, pesanti e nobili, lasciarono il posto a un piccolo rettangolo di carta grigia. All'improvviso, ciò che prima era durevole, solido, quasi eterno, si trasformò in qualcosa di f...

Le 500 lire di carta: fragili come farfalle e quindi sostituite

Era il 1966 quando nelle nostre tasche arrivò una rivoluzione silenziosa. Le gloriose 500 lire d'argento con le caravelle, pesanti e nobili, lasciarono il posto a un piccolo rettangolo di carta grigia.

All'improvviso, ciò che prima era durevole, solido, quasi eterno, si trasformò in qualcosa di fragile come un biglietto del tram. Nascevano le prime "monete di carta" italiane, un ossimoro che ci accompagnò per decenni.

Quel piccolo pezzo di carta da 500 lire misurava appena 70x40 millimetri, ma conteneva un universo di problemi quotidiani. Si piegava, si strappava, si scoloriva.

Dopo una settimana nel portafoglio diventava molle come un fazzoletto usato, con gli angoli arrotondati e crepe lungo le pieghe. Le mamme le stiravano con il ferro da stiro per tentare di renderle presentabili, i commercianti le guardavano con sospetto prima di accettarle.

Gli anni Settanta portarono altre denominazioni cartacee: le 1000 lire nel 1977, le 2000 nel 1983. Era l'epoca dell'inflazione galoppante, quando i prezzi crescevano così rapidamente che servivano sempre più banconote.

I portafogli si gonfiavano, le borsette straripavano di carta moneta. Comprare un paio di scarpe significava maneggiare mattoncini di banconote logore che i commessi contavano con aria rassegnata.

La qualità della carta era il tallone d'Achille di queste mini-banconote. Resistevano poco all'usura quotidiana, ai lavaggi accidentali in lavatrice, all'umidità dell'estate.

I bambini le utilizzavano per origami improvvisati, i baristi le usavano per pulire il bancone. Spesso arrivavano in condizioni talmente pietose che sembravano reliquie archeologiche piuttosto che denaro corrente.

Le 500 lire di carta raccontavano storie attraverso le loro ferite. Quelle con angoli mancanti erano passate nelle mani di commercianti frettolosi, quelle con scritte a penna portavano messaggi d'amore adolescenziali, quelle scolorite avevano affrontato estati torride nelle tasche dei jeans.

Ogni banconota logora era un piccolo archivio della vita italiana degli anni Settanta e Ottanta. Il contrasto con le monete metalliche era stridente.

Mentre le 100 lire con Minerva resistevano decenni mantenendo la loro dignità, le 500 lire di carta morivano dopo pochi mesi di circolazione. Questa fragilità le rendeva quasi preziose: trovarsi una banconota da 500 lire ancora fresca e croccante era come vincere una piccola lotteria quotidiana.

I negozianti svilupparono tecniche speciali per maneggiarle: le tenevano separate dalle altre banconote, le contavano con delicatezza estrema, spesso preferivano dare il resto in monete metalliche pur di non spacciare carta straccia. Era nato un mercato parallelo della qualità: le 500 lire belle valevano di più di quelle rovinate, anche se il valore nominale era identico.

Quello che non tutti sanno

Le monete di carta italiane furono introdotte come soluzione d'emergenza al costo crescente dell'argento sui mercati internazionali. La Banca d'Italia calcolò che produrre una banconota da 500 lire costava 4,2 lire contro le 287 lire necessarie per coniare la corrispondente moneta d'argento.

Il record di durata per una banconota da 500 lire in circolazione appartiene a un esemplare trovato in una soffitta nel 2018: era rimasto perfettamente conservato per 43 anni, ancora croccante come il primo giorno. La carta utilizzata conteneva fibre di cotone al 75% e lino al 25%, la stessa composizione usata per i dollari americani, ma la tecnica di stampa italiana degli anni Sessanta la rendeva molto meno resistente all'usura.