La musica dance anni ’90: quando la notte aveva il ritmo nel cuore
C’è stato un tempo in cui le discoteche erano templi affollati, i motorini parcheggiati a frotte fuori dai locali, e le luci stroboscopiche sembravano proiettare sogni a tempo di BPM. Era l’epoca della musica dance anni ’90, un decennio in cui ogni estate aveva il suo tormentone, ogni pista da ba...
C’è stato un tempo in cui le discoteche erano templi affollati, i motorini parcheggiati a frotte fuori dai locali, e le luci stroboscopiche sembravano proiettare sogni a tempo di BPM. Era l’epoca della musica dance anni ’90, un decennio in cui ogni estate aveva il suo tormentone, ogni pista da ballo la sua hit esplosiva, ogni teenager il suo CD masterizzato con le compilation delle radio private.
Da Corona con The Rhythm of the Night a Gala con Freed from Desire, da Haddaway e il suo eterno What Is Love fino agli italiani Eiffel 65 con Blue (Da Ba Dee), la dance anni ’90 era un mondo a sé. Melodie semplici, basi elettroniche martellanti, ritornelli orecchiabili e voci spesso filtrate o distorte: un mix che trasformava ogni brano in un rituale collettivo.
Il fenomeno esplose anche grazie a format televisivi come “Deejay Television”, “Ritmo” su Italia 1 e le infinite compilation da edicola (Hit Mania Dance, Deejay Parade, Los 40 Principales). Le canzoni passavano da Radio Italia Network, Radio Deejay e RTL 102.5, che non solo lanciavano gli artisti, ma costruivano delle vere “scuole” di suono.
E dietro le quinte, i produttori italiani come Gianfranco Bortolotti (Media Records), Molella, Gigi D’Agostino, Prezioso, Albertino e Fargetta diventavano i veri maestri della consolle. Anche i videoclip contribuivano al mito: ambientazioni cyber, personaggi animati, look futuristici e coreografie semplici da imitare.
Molti artisti – come 2 Unlimited, La Bouche, Technotronic, Snap! – erano vere e proprie icone internazionali, anche se spesso dietro ai nomi si celavano progetti da studio più che band reali. Ma il cuore della dance era nelle piste delle discoteche: il "Papanghi", il "Number One", il "Kinky", il "Cocoricò", il "Diabolika", solo per citare alcuni templi italiani.
Si ballava dal tramonto all’alba, in pantaloni larghi, canotte fluo, con braccialetti fosforescenti e gel tra i capelli. E se eri troppo giovane per entrare, c’erano i pomeriggi disco del sabato e le feste delle medie, dove si ballava timidamente “a un metro di distanza”.
La dance anni ’90 non era solo musica: era energia, evasione e unione generazionale. Un linguaggio universale che annullava differenze, che faceva cantare in inglese anche chi l’inglese non lo capiva.
Bastava alzare il volume e chiudere gli occhi.
Quello che non tutti sanno
Molti dei successi dance anni ’90 erano prodotti in Italia ma firmati con nomi internazionali per motivi di marketing. “The Rhythm of the Night” di Corona fu cantata da Jenny B, una cantante italiana, anche se nei videoclip appariva Olga Souza, modella brasiliana. Gli Eiffel 65 furono tra i primi a usare l’autotune in modo creativo, tanto che “Blue (Da Ba Dee)” ispirò tecniche vocali oggi comuni nella trap.
La compilation “Hit Mania Dance 1995” vendette oltre 600.000 copie, diventando la più venduta in Italia per quell’anno. E Gigi D’Agostino fu tra i pochi DJ italiani a conquistare le classifiche tedesche e britanniche contemporaneamente con L’amour toujours e Bla Bla Bla, diventando un'icona anche all’estero.