Jeeg Robot d'acciaio: il guerriero magnetico tra mitologia e dramma umano

Jeeg Robot d'acciaio, l'anime anni 80 tra mitologia e dramma: il robot magnetico e le battaglie che hanno segnato una generazione.

Jeeg Robot d'acciaio: il guerriero magnetico tra mitologia e dramma umano

Negli anni ’80, tra robot giganti, astronavi e lotte cosmiche, c’era un eroe diverso da tutti gli altri: Jeeg Robot d’acciaio. Non partiva dallo spazio, non aveva un’astronave madre e non si trasformava in auto o aereo.

Jeeg si assemblava… a colpi di magneti! E per questo, per quella sua natura spezzettata e modulare, affascinava e colpiva più di qualunque altro.

Con il suo design robusto, il casco da samurai e le armi che uscivano letteralmente dal corpo, Jeeg divenne presto uno dei simboli dell’animazione giapponese in Italia. La serie originale, intitolata in Giappone Kotetsu Jeeg (letteralmente "Jeeg di ferro"), fu creata nel 1975 da Go Nagai, il genio dietro a capolavori come Mazinga, Goldrake e Devilman.

In Italia arrivò nel 1979, trasmesso prima da emittenti locali e poi da reti come Italia 1 e Rete 4 negli anni successivi. La sigla italiana, indimenticabile, era cantata da Fogus (Roberto Fogu), e cominciava con quel “Jeeg, Jeeg, Jeeg robot d’acciaio…” che ancora oggi fa venire i brividi ai nostalgici.

Il protagonista era Hiroshi Shiba, giovane pilota e campione di motocross, il cui corpo era stato trasformato dal padre scienziato in un “catalizzatore umano” grazie al misterioso campione di Hiroshi, un microchip che gli permetteva di fondersi con i componenti del robot. Quando la minaccia del malvagio Regno Yamatai — guidato dalla perfida regina Himika — riemerge dal sottosuolo per conquistare la Terra, Hiroshi diventa il cuore vivente di Jeeg, letteralmente: la sua testa si lancia in aria dalla moto e diventa quella del robot, che si completa grazie ai magneti lanciati dalla base operativa.

La serie, composta da 46 episodi, era un mix di azione, mitologia giapponese e dramma umano. Oltre ai combattimenti spettacolari contro i mostri Haniwa e i generali nemici, Jeeg mostrava un protagonista tormentato, diviso tra il dovere e la sua umanità.

Le battaglie erano violente, rapide, sempre accompagnate da armi fantasiose: missili perforanti, boomerang, raggi protonici. E poi c’era quella base segreta, lanciata da un vulcano, con la voce del professor Shiba che appariva come un ologramma fluttuante.

Visionario e profondo, Jeeg Robot non era solo un cartone d’azione, ma anche una riflessione su scienza, destino e sacrificio. Nel 2007, la serie ha avuto un seguito ufficiale: Kotetsushin Jeeg, ambientato 50 anni dopo gli eventi originali.

Ma per chi ha vissuto le emozioni degli anni '80, il vero Jeeg resta quello “vecchio stile”, con le spalle enormi, il petto bombato e quell’urlo “Jeeg, attacco magnetico!” che faceva tremare i pomeriggi davanti alla TV.

Quello che non tutti sanno

Jeeg fu il primo robot della storia degli anime a non avere un corpo unico: la sua composizione modulare, unita alla trasformazione del protagonista in “testa vivente”, fu una vera rivoluzione tecnica e narrativa. Il design dei componenti magnetici fu talmente innovativo da influenzare il mondo dei giocattoli: i modellini della Takara furono tra i primi a usare veri magneti per assemblare le parti, dando origine alla famosa linea “Microman” e anticipando i Diaclone, che sarebbero poi diventati i Transformers.

Inoltre, il personaggio della regina Himika, con il suo volto a tre teste che ruotano su sé stesse, fu considerato talmente inquietante che in alcune repliche italiane degli anni '90 fu parzialmente censurato.