Il suono del legno: quando il tennis aveva un'anima

C’era un tempo in cui il tennis era silenzioso, elegante e profumato di legno verniciato. Le racchette non erano fatte di grafite, carbonio o titanio, ma di frassino, faggio e noce. Quelle racchette erano vive. Erano strumenti che restituivano sensazioni tattili uniche, che richiedevano rispetto,...

Il suono del legno: quando il tennis aveva un'anima

C’era un tempo in cui il tennis era silenzioso, elegante e profumato di legno verniciato. Le racchette non erano fatte di grafite, carbonio o titanio, ma di frassino, faggio e noce.

Quelle racchette erano vive. Erano strumenti che restituivano sensazioni tattili uniche, che richiedevano rispetto, tecnica, e un amore profondo per il gesto sportivo.

Fino agli anni '70 inoltrati, ogni tennista – dai circoli di provincia ai campi di Wimbledon – impugnava una racchetta in legno. Con una testa più piccola rispetto a quelle moderne e un telaio molto meno rigido, il margine d’errore era minimo: colpire la pallina nel cosiddetto “sweet spot” richiedeva precisione e controllo.

Proprio per questo, i campioni dell’epoca venivano venerati come maestri dell’arte: Rod Laver, Björn Borg, John McEnroe, Chris Evert… tutti cresciuti con il manico in legno tra le mani. Ogni racchetta era un pezzo d’artigianato.

Marchi come Dunlop, Slazenger, Wilson e Head proponevano modelli diventati leggendari, come la Dunlop Maxply Fort, icona del tennis britannico, o la Wilson Jack Kramer, simbolo del tennis americano. Spesso, le racchette venivano vendute con una morsa di legno per mantenerle dritte e non farle deformare: l’umidità era una minaccia sempre in agguato.

La sensazione del colpo era morbida, quasi musicale. Il suono era secco ma gentile, e ogni scambio sembrava una conversazione tra due strumenti ad arco.

Le corde erano in budello naturale, e il manico era avvolto da cuoio spesso, consumato lentamente da partite sotto il sole. Verso la fine degli anni '70, arrivarono le prime racchette in metallo e poi in grafite.

Nel 1983, l’ultimo torneo del Grande Slam fu vinto con una racchetta in legno: fu Yannick Noah al Roland Garros, con una Prince in legno e grafite. Da lì in poi, fu rivoluzione.

Le racchette moderne permisero più potenza, spin e velocità, ma persero quel contatto diretto con la mano e il cuore del giocatore. Oggi, le racchette in legno sono pezzi da collezione.

Alcuni nostalgici le espongono come trofei, altri le usano ancora, per riscoprire il piacere puro di un gioco che richiede grazia più che forza. Chi ha avuto la fortuna di usarle ricorda l’odore del legno e della colla, la custodia rigida e quel sottile fruscio del colpo ben assestato.

Quello che non tutti sanno

Le racchette in legno erano costruite con una tecnica chiamata "laminazione incrociata": sottili fogli di legno incollati uno sull’altro con le venature disposte in direzioni diverse per garantire resistenza e flessibilità. Alcuni modelli richiedevano oltre 20 strati di legno e fino a 30 ore di lavorazione manuale.

Il bilanciamento era così delicato che anche il solo avvolgimento del grip poteva alterare il feeling. Inoltre, molte racchette avevano una verniciatura trasparente che permetteva di vedere le venature naturali del legno, rendendo ogni pezzo unico.