Il principe di Bel-Air: la svolta delle sitcom
All’inizio degli anni ’90, un ragazzo con il cappellino al contrario, pantaloni larghi e battute taglienti cambiò per sempre il modo di fare sitcom. Willy, il principe di Bel-Air (titolo originale: The Fresh Prince of Bel-Air) arrivò in Italia nel 1993 su Italia 1, in fascia pomeridiana, diventan...
All’inizio degli anni ’90, un ragazzo con il cappellino al contrario, pantaloni larghi e battute taglienti cambiò per sempre il modo di fare sitcom. Willy, il principe di Bel-Air (titolo originale: The Fresh Prince of Bel-Air) arrivò in Italia nel 1993 su Italia 1, in fascia pomeridiana, diventando da subito un cult generazionale.
Tutti aspettavamo le 17:30 per cantare quella sigla rap in italiano, diventata una vera e propria filastrocca urbana da ripetere a memoria a scuola e in cortile. La trama era semplice ma geniale: Willy, adolescente scapestrato di Philadelphia, viene mandato dalla madre a vivere con gli zii ricchi a Bel-Air, quartiere esclusivo di Los Angeles.
Da quel momento, si scontra con un mondo di regole, bon ton, giacche doppio petto e tè pomeridiani. Il contrasto tra il suo spirito libero e l’ambiente formale della famiglia Banks dava vita a situazioni esilaranti, ma anche toccanti.
Il personaggio di Willy era interpretato da un giovanissimo Will Smith, rapper alle prime armi, scelto per il ruolo quasi per caso dalla NBC. Da lì iniziò la sua scalata al successo.
Zio Phil, il giudice autoritario dal cuore d’oro, divenne il simbolo della figura paterna severa ma amorevole. E come dimenticare Carlton, il cugino borghese con la danza più famosa della TV?
Hilary, snob e vanesia, Ashley, dolce e in crescita, e Geoffrey, il maggiordomo inglese, completavano un cast esplosivo. Il principe di Bel-Air durò sei stagioni, dal 1990 al 1996, per un totale di 148 episodi, trasmessi in Italia in modo non sempre cronologico, ma comunque amatissimi.
La serie era comica, certo, ma affrontava anche temi importanti: razzismo, pregiudizi, identità culturale, diseguaglianze sociali, lutti e crescita personale. Uno degli episodi più toccanti è quello in cui il padre di Willy ricompare per poi sparire di nuovo: una scena recitata da Will Smith con un’intensità tale da commuovere milioni di spettatori.
A differenza di molte sitcom dell’epoca, Il principe di Bel-Air riusciva a parlare a tutti: giovani e adulti, afroamericani e bianchi, ribelli e conformisti. Il suo linguaggio diretto, le battute brillanti e la rottura degli stereotipi lo resero una pietra miliare della TV anni ’90.
Ancora oggi, a distanza di trent’anni, vedere anche solo un frame della sigla o sentire le prime note del rap iniziale (“Questa è la storia di come la mia vita…”) fa scattare un sorriso automatico a chi è cresciuto con quella TV allegra e profonda al tempo stesso.
Quello che non tutti sanno
Will Smith, durante le prime stagioni, era così inesperto nella recitazione che imparava a memoria anche le battute degli altri, tanto che in molti episodi si vede chiaramente che muove le labbra mentre gli altri parlano. Inoltre, il ruolo di zio Phil fu affidato a James Avery, attore teatrale con una voce talmente potente da doppiare Shredder nei cartoni delle Tartarughe Ninja.
La famosa sigla fu scritta e cantata dallo stesso Will Smith insieme a DJ Jazzy Jeff (che nella serie interpreta Jazz, il suo migliore amico), ed è tuttora considerata una delle intro più iconiche della storia della TV mondiale.