Il Cubo di Rubik: il rompicapo che colorò l’intelligenza degli anni ’80

Nel cuore degli anni ’80 c’era un oggetto che metteva d’accordo tutti: studenti e professori, bambini e adulti, geni e testardi. Era piccolo, colorato e apparentemente semplice: il Cubo di Rubik. Sei facce, sei colori, 54 tasselli mobili… e una sola combinazione vincente. Per chi è cresciuto in q...

Il Cubo di Rubik: il rompicapo che colorò l’intelligenza degli anni ’80

Nel cuore degli anni ’80 c’era un oggetto che metteva d’accordo tutti: studenti e professori, bambini e adulti, geni e testardi. Era piccolo, colorato e apparentemente semplice: il Cubo di Rubik.

Sei facce, sei colori, 54 tasselli mobili… e una sola combinazione vincente. Per chi è cresciuto in quegli anni, non era solo un gioco: era una sfida continua, una mania collettiva, un’icona culturale.

Il cubo comparve in Italia nel 1981 e invase in poco tempo edicole, negozi di giocattoli, bancarelle e programmi televisivi. Lanciato da marchi come Polistil e distribuito anche in allegato a riviste come Topolino o Giochi per la mente, si trasformò in fenomeno di massa.

Si giocava ovunque: nei corridoi di scuola, nei bar, durante i viaggi, la domenica dopo pranzo. I più pazienti lo studiavano pezzo per pezzo, i più furbi lo smontavano per “vincere”, i più ossessionati diventavano “speedcubers” ante litteram, cronometrandosi con gli orologi Casio.

Il fascino del Cubo di Rubik stava nella sua semplicità solo apparente: un oggetto da tenere in mano, ruotare, girare… e maledire. Bastava una sola mossa sbagliata per mandare in frantumi ore di tentativi.

Eppure, una volta trovata la “sequenza magica”, nulla sembrava più impossibile. La soddisfazione di completare una faccia, poi due, poi tutte e sei… era pura adrenalina.

A scuola il cubo diventava simbolo d’intelligenza. Chi riusciva a risolverlo veniva guardato come un piccolo Einstein.

Alcuni portavano addirittura con sé foglietti stropicciati con le sequenze da memorizzare, una specie di “formulario segreto”. Altri, invece, lo custodivano come un oggetto misterioso, lasciato sulla scrivania o nello zaino come trofeo.

Il Cubo ispirò anche libri, programmi TV e fumetti. Su Bim Bum Bam o Domenica In comparivano bambini capaci di risolverlo in pochi secondi, tra l’incredulità generale.

E negli anni dei primi computer e dei primi videogiochi, questo oggetto completamente analogico riusciva ancora a dominare l’attenzione dei giovani. La sua influenza fu tale da finire anche nel design e nella moda: borse, quaderni, penne, persino cuscini e sveglie a forma di cubo.

Era ovunque. E anche chi non riusciva mai a completarlo, continuava a tenerlo tra le mani, come un talismano di logica.

Quello che non tutti sanno

Il Cubo di Rubik fu inventato nel 1974 da Ernő Rubik, un professore di architettura ungherese, per spiegare ai suoi studenti i movimenti nello spazio tridimensionale. Non nacque come un gioco.

Solo nel 1977 iniziò a essere prodotto in piccole quantità in Ungheria con il nome “Bűvös Kocka” (Cubo Magico), e fu venduto all’estero a partire dal 1980, dopo che la Ideal Toy Company ne intuì il potenziale. Si stima che entro il 1983 fossero stati venduti oltre 100 milioni di cubi, rendendolo il rompicapo più venduto della storia.

La versione originale non aveva adesivi ma tasselli colorati incastrati, più resistenti all’usura. Inoltre, pochissimi sanno che il numero di combinazioni possibili del cubo è di 43.252.003.274.489.856.000: eppure ogni configurazione può essere risolta in massimo 20 mosse.

Una meraviglia matematica che continua, ancora oggi, a sfidare il mondo.