I paninari, la fotografia della generazione anni '80
All'inizio degli anni Ottanta, nelle strade del centro di Milano si aggirava una nuova tribù urbana che avrebbe rivoluzionato per sempre il concetto di moda giovanile in Italia. I paninari, con i loro piumini Moncler sgargianti e gli scarponi Timberland color miele, rappresentavano l'antitesi per...
All'inizio degli anni Ottanta, nelle strade del centro di Milano si aggirava una nuova tribù urbana che avrebbe rivoluzionato per sempre il concetto di moda giovanile in Italia. I paninari, con i loro piumini Moncler sgargianti e gli scarponi Timberland color miele, rappresentavano l'antitesi perfetta degli anni di piombo appena trascorsi.
Il nome deriva dal bar "Al Panino" di piazza Liberty, dove inizialmente si ritrovava il primo nucleo di questa sottocultura. Ben presto, però, il loro quartier generale divenne il Burghy di piazza San Babila, inaugurato nel 1981 come primo fast food italiano in stile americano.
Era il luogo perfetto per una generazione che aveva fatto del consumismo la propria religione e dell'hamburger il proprio sacramento. I paninari non erano semplici ragazzi vestiti alla moda: erano i figli della "Milano bene", rampolli della borghesia medio-alta che potevano permettersi un outfit da almeno un milione di lire.
Il bomber verde con interno arancione, i jeans Levi's 501 rigorosamente accorciati alla caviglia per mostrare le calze Burlington a rombi, la cintura El Charro con fibbia gigante e lo zaino Invicta scarabocchiato erano i loro simboli identitari. Le ragazze, chiamate "squinzie" o "sfitinzie" (termine che significa smorfiose), personalizzavano il look con fiocchi Naj-Oleari tra i capelli e toppe colorate sui jeans.
Per entrambi i sessi erano d'obbligo gli occhiali Ray-Ban e l'orologio Swatch, accessori che completavano un'uniforme tanto precisa quanto costosa. La loro colonna sonora arrivava direttamente da Oltreoceano: Duran Duran, Spandau Ballet, Wham! e tutti quei gruppi che trasmettevano Video Music e DeeJay Television su Italia 1. "Wild Boys" dei Duran Duran era considerato il loro inno non ufficiale, mentre rifiutavano categoricamente qualsiasi forma di musica impegnata o troppo ricercata.
Il fenomeno esplose definitivamente nel 1986, quando i Pet Shop Boys, colpiti da questa strana tribù milanese durante una visita promozionale, decisero di dedicarle una canzone dal titolo "Paninaro". Il brano, pubblicato in edizione limitata di sole 5.000 copie esclusivamente in Italia, contribuì a esportare il fenomeno oltre i confini nazionali.
I paninari avevano sviluppato anche un linguaggio tutto loro, ricco di inglesismi e neologismi che sono entrati nell'uso comune: "very original", "il mio boy", "squinzia" per le ragazze, "arterio" per i genitori. La gerarchia interna prevedeva gradi che andavano dal "Gino di legno" (il novellino) fino al "Gran Gallo di Dio" (il capo supremo).
Contro di loro si scagliarono intellettuali, artisti e altri gruppi giovanili che li consideravano superficiali e vuoti. Ma i paninari non se ne curavano: il loro credo era "funzionare, dimostrare di valere, avere un corpo perfetto, essere alla moda".
Rappresentavano l'esatto opposto della contestazione sessantottina e del disimpegno politico totale. Il movimento iniziò a declinare già nel 1987-1988, scomparendo improvvisamente come era nato.
Restò però il segno di una rivoluzione culturale: per la prima volta in Italia un gruppo giovanile aveva fatto dell'ostentazione del lusso e del consumismo la propria bandiera, anticipando tendenze che sarebbero diventate dominanti nei decenni successivi.
Quello che non tutti sanno
Il termine "paninaro" fu coniato da un giornalista del Corriere della Sera che osservò questi ragazzi mangiare panini al bar "Al Panino". La rivista dedicata "Il Paninaro" raggiunse una tiratura di 100.000 copie mensili e cessò le pubblicazioni nel dicembre 1989 con il numero 48.
Nel 1986 uscì il film "Sposerò Simon Le Bon", tratto dall'omonimo libro di Clizia Gurrado, sedicenne milanese che raccontò dall'interno il fenomeno. I paninari svilupparono anche varianti regionali: a Bologna erano chiamati "Zanari" (dal bar Zanarini), a Verona "Bondolari" e a Roma "Tozzi".
Il Burghy di piazza San Babila vendeva ogni giorno oltre 3.000 hamburger, diventando il locale più frequentato d'Italia. Curiosamente, molti paninari non erano affatto ricchi: lavoravano part-time o chiedevano soldi ai genitori per potersi permettere un singolo capo firmato, che poi indossavano per mesi.