Hop-hop-gadget: l'ispettore che salvava il mondo per caso
Inspector Gadget, l'ispettore tecnologico anni 80: gadget improbabili, il dottor Claw e le risate del cartone che rese cool essere goffi.
Era il 12 settembre 1983 quando negli Stati Uniti debuttava una delle serie animate più amate di sempre: "Inspector Gadget". In Italia dovemmo aspettare fino al 23 dicembre 1985 per vederlo su Rai Uno all'interno del contenitore "Magic!" condotto da un giovane Piero Chiambretti.
Fu subito amore a prima vista per quell'ispettore cyborg più imbranato che bionico, che con la sua celebre esclamazione "Hop-hop-gadget!" e i suoi gadget che funzionavano sempre al contrario, conquistò il cuore di milioni di bambini. La serie, nata dalla collaborazione franco-canadese-statunitense tra DiC Entertainment, France 3 e Nelvana con le animazioni della giapponese Tokyo Movie Shinsha, andò in onda dal 1983 al 1986 per due stagioni e 86 episodi totali di 22 minuti ciascuno.
L'ispettore Gadget era un detective della polizia di Metro City dotato di incredibili gadget tecnologici innestati nel corpo: dal gadget-elicottero che usciva dal cappello ai gadget-pattini estensibili, dalle mani telescopiche al cappotto-paracadute. Il protagonista, tuttavia, era completamente inadeguato al suo ruolo: pasticcione, distratto e ingenuo, scambiava regolarmente i nemici per amici e viceversa.
A salvarlo dalle situazioni più complicate erano sempre la nipotina Penny (Sophie nel primo doppiaggio Rai) e il fedele cane Bravo (Finot), dotati rispettivamente di un computer portatile hi-tech travestito da libro e di un collare comunicante. Il vero nemico era Boss Artiglio (Dottor Gang nella versione Rai), il misterioso capo dell'organizzazione criminale MAD di cui si vedevano solo le mani guantate mentre accarezzava il gatto Satanasso.
Ogni episodio seguiva uno schema fisso e rassicurante: Gadget riceveva una missione segreta dal Commissario Quimby (sempre travestito), partiva per luoghi esotici senza capire nulla della situazione, combinava disastri con i suoi gadget malfunzionanti, mentre Penny e Bravo risolvevano tutto nel segreto. Alla fine, l'ispettore si prendeva immeritatamente tutti i meriti.
La serie ebbe due diverse trasposizioni italiane: la prima su Rai nel 1985 con doppiaggio basato sulla versione francese e sigla cantata (secondo una leggenda mai confermata del tutto) da Piero Chiambretti, la seconda su Mediaset dal 1993 con il celebre doppiaggio di Cristina D'Avena e la sigla composta da Alessandra Valeri Manera e Carmelo Carucci. Quest'ultima versione, con i nomi americani originali, divenne la più popolare e venne replicata su Italia 1, Canale 5 e Rete 4 per tutti gli anni '90.
Quello che non tutti sanno
L'ispettore Gadget fu il primo cartone animato trasmesso in stereo e il primo prodotto dalla DiC Entertainment per espandersi nel mercato nordamericano. Il personaggio era fortemente ispirato all'ispettore Clouseau della Pantera Rosa, tanto che nel pilot aveva persino i baffi.
La colonna sonora composta da Shuki Levy era basata sulla melodia "Nell'antro del Re della montagna" dal Peer Gynt di Edvard Grieg. Il tema del messaggio che si autodistrugge era un chiaro omaggio a "Mission: Impossible", mentre Boss Artiglio richiamava Ernst Stavro Blofeld di James Bond.
Nel doppiaggio originale americano, la voce di Gadget era di Don Adams, lo stesso attore della serie "Get Smart". La seconda stagione introdusse mini-cicli di tre episodi e spostò la famiglia in una casa completamente tecnologica.
Il successo fu tale da generare numerosi spin-off, tra cui "Gadget Boy" del 1995 e persino due film live-action con Matthew Broderick nel 1999.