Happy Days: il sogno americano che ci ha fatto compagnia all’ora di cena

A partire dalla seconda metà degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 e ’90, Happy Days è stata molto più di una serie TV. Era un appuntamento fisso, una parentesi rassicurante tra un compito di scuola e la cena, un mondo in bianco e nero (poi a colori) dove tutto sembrava più semplice. In Italia,...

Happy Days: il sogno americano che ci ha fatto compagnia all’ora di cena

A partire dalla seconda metà degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 e ’90, Happy Days è stata molto più di una serie TV. Era un appuntamento fisso, una parentesi rassicurante tra un compito di scuola e la cena, un mondo in bianco e nero (poi a colori) dove tutto sembrava più semplice.

In Italia, arrivò su Rai 1 nel 1977 e poi fu replicata infinite volte su Italia 1, sempre intorno alle 19:00: bastava sentire “Sunday, Monday, Happy Days…” per sentirsi subito a casa. Creata da Garry Marshall e trasmessa negli Stati Uniti dal 1974 al 1984 per un totale di 255 episodi in 11 stagioni, Happy Days raccontava le avventure quotidiane della famiglia Cunningham nella Milwaukee degli anni ’50.

Al centro c’era Richie, il figlio adolescente gentile e curioso, interpretato da Ron Howard (futuro regista premio Oscar), e la sua famiglia: il papà Howard, la mamma Marion, la sorella Joanie e l’amico Ralph Malph. Ma il vero re della serie era lui: Arthur Fonzarelli, detto Fonzie.

Fonzie — interpretato da Henry Winkler — era il ribelle buono con giubbotto di pelle, ciuffo impeccabile e una moto rombante. Bastava un suo “Eeeeeh” col pollice alzato per mettere tutto a posto.

Era il personaggio più amato, quello che insegnava a credere in sé stessi, a non mollare, a restare fedeli agli amici. Dietro quell’aria da duro si nascondeva un cuore grande e una saggezza da fratello maggiore.

Happy Days funzionava perché creava un mondo dove i problemi esistevano, ma si potevano risolvere con una chiacchierata in salotto, un abbraccio o una lezione di vita impartita tra una gag e l’altra. Parlava di adolescenza, primi amori, scuola, famiglia, sogni, gelosie e crescita.

Era una serie “pulita”, senza volgarità, ma capace di affrontare anche temi delicati come il bullismo, l’alcolismo, le delusioni, il Vietnam. Sempre con il sorriso, ma senza banalità.

In Italia, Happy Days divenne quasi un fenomeno sociale: influenzò la moda (giubbotti di pelle, jeans con risvolto, pettinature “alla Fonzie”), ispirò locali in stile americano e aprì le porte a una valanga di spin-off e serie simili. E ogni volta che Fonzie batteva il pugno sul jukebox per far partire la musica, tutti avremmo voluto avere quel potere magico sulle nostre giornate.

Quello che non tutti sanno

Il personaggio di Fonzie non era previsto come protagonista, ma piacque talmente tanto al pubblico che divenne il centro della serie a partire dalla terza stagione. In Italia, la voce di Fonzie era quella inconfondibile di Riccardo Rossi, che contribuì al carisma del personaggio.

Inoltre, Happy Days fu tra le prime serie americane a essere doppiata integralmente per la televisione italiana: il successo fu così grande che persino i nomi dei personaggi vennero adattati (Joanie diventò “Sottiletta”). E il famoso locale Arnold’s, cuore delle vicende, era ispirato a un vero diner californiano oggi considerato meta di pellegrinaggio per i fan.