Gli squilli al telefono: il nostro codice segreto prima di WhatsApp

C’era un tempo in cui un solo squillo bastava per dire “sono arrivato”, due per dire “ti penso”, tre per dire “richiamami tu che non ho credito”. Era il tempo dei Nokia, dei Motorola a conchiglia, dei display monocromatici e dei messaggi centellinati. Gli squilli erano il nostro linguaggio non sc...

Gli squilli al telefono: il nostro codice segreto prima di WhatsApp

C’era un tempo in cui un solo squillo bastava per dire “sono arrivato”, due per dire “ti penso”, tre per dire “richiamami tu che non ho credito”. Era il tempo dei Nokia, dei Motorola a conchiglia, dei display monocromatici e dei messaggi centellinati.

Gli squilli erano il nostro linguaggio non scritto, un codice condiviso tra amici, fidanzati, genitori e figli, nato per risparmiare soldi ma diventato presto un’abitudine affettiva. Negli anni ’90 e nei primi 2000, ogni telefonata costava.

Anche solo pochi secondi di conversazione potevano incidere sul credito prepagato, che scendeva inesorabile ogni volta che si cliccava “chiama”. Così, nacque il rituale degli squilli: il trucco era far suonare il telefono una sola volta, e poi chiudere prima che l’altro rispondesse.

Un segnale. Un messaggio in codice.

Tra adolescenti, lo squillo era un gesto pieno di significato. Bastava un solo bip per far battere il cuore a qualcuno.

Era un modo di esserci senza parole, di affacciarsi nella vita dell’altro in punta di piedi. In amore, spesso si concordavano “squilli d’amore” alla sera: due squilli prima di dormire, per dirsi “buonanotte”.

E c’erano gli squilli mancati, quelli che aspettavi e non arrivavano mai, che ti lasciavano lì a leggere il silenzio con gli occhi fissi sul display. Anche tra amici gli squilli erano un modo per organizzarsi: uno squillo voleva dire “sono sotto casa”, o “sto per arrivare”.

Nei rapporti con i genitori, lo squillo era garanzia di sopravvivenza: “Fai uno squillo quando arrivi”. Poche cose erano rassicuranti come quel segnale, breve ma essenziale.

Poi arrivarono gli smartphone, gli abbonamenti flat, le chat gratuite. E tutto cambiò.

Gli squilli sparirono, inghiottiti dai vocali, dagli emoji, dalle notifiche. Ma per chi li ha vissuti, sono ancora lì, nella memoria uditiva e nel cuore: un linguaggio intimo, fatto di complicità, timing e sentimenti nascosti dietro un semplice “bip”.

Quello che non tutti sanno

: gli squilli non erano solo un’abitudine italiana. In India, ad esempio, erano così diffusi che alcune aziende di telecomunicazioni iniziarono a considerarli una forma di "abuso di rete".

In alcuni casi, operatori come Airtel e Vodafone pensarono perfino di introdurre un sistema a pagamento anche per gli squilli, chiamato "Missed Call Alert Billing", poi abbandonato a causa delle proteste. In Italia, invece, l'uso dello squillo raggiunse il suo picco tra il 2002 e il 2006, con una media stimata di oltre 10 milioni di squilli al giorno.