Giochi con i pulsanti e con l'acqua: le console portatili che non avevano bisogno di batterie

Prima che arrivassero Game Boy, PlayStation e schermi touch, c’erano loro: i giochi con i pulsanti e con l’acqua. Piccole “console” di plastica trasparente, piene d’acqua colorata e con all’interno anellini, palline o ostacoli da superare. Bastava premere un pulsante per generare un getto d’aria ...

Giochi con i pulsanti e con l'acqua: le console portatili che non avevano bisogno di batterie

Prima che arrivassero Game Boy, PlayStation e schermi touch, c’erano loro: i giochi con i pulsanti e con l’acqua. Piccole “console” di plastica trasparente, piene d’acqua colorata e con all’interno anellini, palline o ostacoli da superare.

Bastava premere un pulsante per generare un getto d’aria che muoveva gli elementi nel liquido, e il gioco aveva inizio. Semplici, silenziosi, economici… ma dannatamente irresistibili.

Nessun suono, nessun led, solo abilità, pazienza e concentrazione. Erano spesso distribuiti come premi nelle edicole, allegati alle merendine o venduti nei negozi di giocattoli per poche migliaia di lire.

I più comuni avevano forma rettangolare, con due pulsanti frontali: uno per “sparare” l’aria dal basso e far salire gli anelli, l’altro per direzionarli. L’obiettivo era quasi sempre lo stesso: infilare gli anellini nei pioli o far finire delle mini-palline nei cestelli.

Operazioni che sembravano semplici, ma che richiedevano precisione millimetrica. A cavallo tra anni ’80 e ’90, questi giochi diventarono oggetti cult, portati ovunque: nello zaino di scuola, al mare, in macchina durante i lunghi viaggi.

Era la risposta analogica alla noia, l’intrattenimento tascabile prima che arrivassero i videogiochi portatili. Alcuni modelli erano a tema: basket con il canestro, pesca subacquea, labirinti da completare.

In estate, con le mani calde e la sabbia tra le dita, giocare con questi piccoli mondi d’acqua sembrava un’esperienza sensoriale. Poi c’erano le versioni più rare o sofisticate: a due giocatori, con leve e pistoni multipli, oppure con liquidi colorati che simulavano veri e propri acquari.

I giochi con l'acqua affascinavano per il loro movimento lento, ipnotico, quasi zen. Una specie di antistress portatile, con quell’effetto visivo rilassante e la soddisfazione immensa di riuscire a infilare tutti gli anelli nel bastoncino centrale.

Nell’era pre-digitale, questi giochi insegnavano la coordinazione mano-occhio, la pazienza, la determinazione. E, forse, anche una piccola grande lezione: che il divertimento poteva esistere anche senza luci, rumori e batterie.

Solo due dita, un po’ d’acqua e tanta fantasia.

Quello che non tutti sanno

Questi giochi, noti in Giappone come “water ring toss” o “aqua game”, furono inventati alla fine degli anni ’70 da una piccola azienda giapponese chiamata Tomy. Il primo modello prodotto in serie fu il “Waterful Ring Toss”, lanciato nel 1978 e diventato rapidamente un successo globale.

In Italia arrivarono negli anni ’80 grazie a importatori che li vendevano come gadget promozionali. Alcuni modelli più rari contenevano addirittura liquidi glitterati o fluorescenza, ma a causa della difficoltà di produzione vennero presto ritirati.

Ancora oggi esiste un mercato collezionistico attivo, con alcuni giochi originali anni ’80 venduti a oltre 100 euro.