Gianna Nannini: la voce graffiata che ha cantato la rabbia, l’amore e la libertà
C’era qualcosa di diverso in Gianna Nannini, sin dal primo momento in cui salì su un palco. Una forza istintiva, una voce ruvida come carta vetrata e dolce come miele amaro, un’energia selvaggia che sfuggiva a ogni etichetta. Negli anni ’80, mentre la musica italiana si divideva tra il melodico e...
C’era qualcosa di diverso in Gianna Nannini, sin dal primo momento in cui salì su un palco. Una forza istintiva, una voce ruvida come carta vetrata e dolce come miele amaro, un’energia selvaggia che sfuggiva a ogni etichetta.
Negli anni ’80, mentre la musica italiana si divideva tra il melodico e il leggero, lei arrivò come un urlo, con la chitarra tra le mani e l’anima in subbuglio. Toscana, classe 1954, figlia di un pasticcere senese e sorella del futuro pilota Alessandro Nannini, Gianna non era destinata alla normalità.
Dopo gli esordi alla fine degli anni ’70 con brani come America, fu negli anni ’80 che la sua voce cominciò a fare davvero rumore. Nel 1981 pubblicò l’album G.N., ma fu nel 1982, con Latin Lover, che arrivò il primo grande riconoscimento internazionale.
Il singolo Vieni ragazzo la fece conoscere anche fuori dall’Italia, mentre in patria il suo nome iniziava a diventare sinonimo di rock vero, crudo, emozionale. Il successo definitivo arrivò nel 1984 con Puzzle, un album potente e viscerale, anticipato dal brano Fotoromanza, scritto da Gianna insieme a Michelangelo Romano e arrangiato da Conny Plank, storico produttore dei Kraftwerk.
Il video, diretto da Gabriele Salvatores, vinse numerosi premi, tra cui il Festivalbar e il Telegatto, e la consacrò a star nazionale. Quel mix di ironia e sensualità, rabbia e libertà, parlava direttamente alle ragazze che non si riconoscevano nei cliché delle riviste femminili e ai ragazzi che avevano bisogno di una musa fuori dagli schemi.
Ma Gianna non si è mai lasciata rinchiudere in una formula. Nel 1986 pubblica Profumo, un disco maturo e inquieto, seguito da Maschi e altri, con il celebre duetto Avventura insieme a Edoardo Bennato.
Ogni canzone sembrava scaturire dal profondo: Gianna cantava le passioni, le lacerazioni, la ricerca costante di un’identità, di un senso, di una strada personale. Non era solo musica: era un manifesto.
Sul palco era magnetica, con quei movimenti quasi felini e la voce che sembrava arrivare da un luogo segreto. Non aveva bisogno di abiti eccentrici: bastavano jeans, camicia, stivaletti e un microfono.
La sua autenticità bucava lo schermo. E il pubblico la adorava proprio per questo: perché era vera.
Negli anni ’80, Gianna Nannini non fu solo un’artista. Fu una rivoluzione culturale.
La prova vivente che anche una donna poteva urlare, graffiare, essere libera senza chiedere permesso.
Quello che non tutti sanno
Gianna Nannini ha studiato composizione al Conservatorio di Milano e suona perfettamente il pianoforte e il clavicembalo. Prima della carriera musicale, lavorava come operaia in una fabbrica di panettoni: si tagliò due dita in un incidente, ma continuò a suonare grazie a una riabilitazione intensiva.
Il brano Fotoromanza fu rifiutato da un’altra cantante prima che Gianna lo incidesse e lo trasformasse in un successo. Inoltre, fu una delle prime cantautrici italiane a registrare un album completamente all’estero (Puzzle fu inciso a Berlino Ovest) e a ottenere un contratto discografico in Germania, aprendo la strada alla sua lunghissima carriera europea.