Ghostbusters: gli acchiappafantasmi che hanno reso divertente il paranormale
Nel 1984, le sale cinematografiche di tutto il mondo furono invase da una commedia soprannaturale che cambiò le regole del gioco. Ghostbusters non era solo un film: era un fenomeno. Un perfetto equilibrio tra comicità intelligente, azione, effetti speciali e una sigla che ancora oggi fa ballare g...
Nel 1984, le sale cinematografiche di tutto il mondo furono invase da una commedia soprannaturale che cambiò le regole del gioco. Ghostbusters non era solo un film: era un fenomeno.
Un perfetto equilibrio tra comicità intelligente, azione, effetti speciali e una sigla che ancora oggi fa ballare generazioni intere. Ma soprattutto, era la dimostrazione che il paranormale poteva far paura… e far ridere allo stesso tempo.
Diretto da Ivan Reitman e scritto da Dan Aykroyd e Harold Ramis (che interpretarono anche due dei protagonisti), Ghostbusters racconta la storia di tre eccentrici scienziati newyorkesi – Peter Venkman, Egon Spengler e Ray Stantz – che, dopo essere stati licenziati dalla Columbia University, decidono di avviare un’attività privata per catturare fantasmi. Ai tre si unisce poi Winston Zeddemore, formando un team improbabile, ironico, ma incredibilmente efficace.
La forza del film stava nella sua ironia brillante, nei personaggi perfettamente caratterizzati, e in un’ambientazione – la New York anni ’80 – che sembrava fatta apposta per ospitare eventi soprannaturali tra smog, taxi e palazzi art déco. Bill Murray, nei panni di Venkman, è l’antieroe perfetto: sarcastico, disilluso, ma incredibilmente affascinante.
Ramis è lo scienziato rigido e impassibile, Aykroyd il sognatore entusiasta, e Ernie Hudson il punto di vista del cittadino medio. Il nemico?
Un’entità assira chiamata Gozer, che minaccia di distruggere il mondo e prende la forma… di un gigantesco omino della pubblicità: il Marshmallow Man. Una trovata geniale, assurda, grottesca e indimenticabile.
In un crescendo di tensione e comicità, i Ghostbusters salvano la città, e lo fanno con zaini protonici, trappole fantasma e una colonna sonora che urlava: Who you gonna call? Ghostbusters fu un successo clamoroso: incassò oltre 295 milioni di dollari in tutto il mondo, diventando il secondo film più visto del 1984 dopo Beverly Hills Cop.
Ma il suo impatto andò oltre: generò un seguito nel 1989 (Ghostbusters II), una serie animata, videogiochi, action figures, e persino una versione “live” nei parchi a tema. Ogni bambino degli anni ’80 sognava di avere uno zaino protonico, e molti si travestivano da acchiappafantasmi a Carnevale.
Il fascino del film sta nella sua capacità di tenere insieme registri diversi: è una commedia, ma anche un film d’azione; è ironico, ma affronta temi come la scienza, la fede, la follia e il caos. È pop, ma mai banale.
E negli anni ha mantenuto intatto il suo carisma, tanto che nel 2016 e nel 2021 sono usciti due reboot/sequel, con nuovi cast e omaggi evidenti all’originale.
Quello che non tutti sanno
L’idea originale di Dan Aykroyd prevedeva una squadra di acchiappafantasmi che viaggiava nel tempo e nello spazio per combattere entità soprannaturali in diverse dimensioni. Era un progetto molto più oscuro e costoso, ma Ivan Reitman convinse Aykroyd a riscriverlo in chiave urbana e comica.
Il nome “Ghostbusters” fu in realtà conteso legalmente, perché già usato in una vecchia serie TV anni ’70: le prime riprese furono girate con la troupe che gridava “Ghostbreakers”, e solo dopo l’acquisizione dei diritti furono ridoppiate. Inoltre, il personaggio di Louis Tully doveva inizialmente essere interpretato da John Candy, che però rifiutò il ruolo: fu Rick Moranis a trasformarlo in una delle figure più amate del film.
La mitica sigla, composta da Ray Parker Jr., fu realizzata in fretta e furia dopo che Huey Lewis & the News rifiutarono il progetto: eppure vinse il Grammy e rimane uno dei motivi più iconici degli anni ’80.