Commodore VIC-20 e Commodore 64: l'inizio della magia a portata di mano
Negli anni ’80, prima dei laptop ultrasottili e degli smartphone sempre accesi, ci fu un tempo in cui la tecnologia sembrava un giocattolo, una sfida, un’avventura. Quel tempo aveva due nomi: VIC-20 e Commodore 64. Bastava collegarli alla TV, accendere il registratore a cassette e attendere… minu...
Negli anni ’80, prima dei laptop ultrasottili e degli smartphone sempre accesi, ci fu un tempo in cui la tecnologia sembrava un giocattolo, una sfida, un’avventura. Quel tempo aveva due nomi: VIC-20 e Commodore 64.
Bastava collegarli alla TV, accendere il registratore a cassette e attendere… minuti, a volte ore, per caricare un gioco. Ma quando finalmente partiva, era come entrare in un’altra dimensione.
Il VIC-20, il primo a entrare nelle case italiane, arrivò nel 1980. Costava poco più di 900.000 lire, aveva una memoria RAM di appena 5 KB, ma era il primo computer davvero accessibile al grande pubblico.
Con la sua tastiera integrata, il case bianco e il logo multicolore, divenne in poco tempo un’icona. In un’epoca in cui nessuno aveva ancora idea di cosa fosse “programmare”, sul VIC-20 si imparava a scrivere in linguaggio BASIC.
I bambini scrivevano comandi come PRINT "CIAO" e il computer rispondeva davvero! Una magia.
Ma fu con il Commodore 64, lanciato nel 1982, che iniziò la rivoluzione vera. Con 64 KB di RAM, grafica avanzata per l’epoca, audio a tre voci e un prezzo tutto sommato abbordabile, diventò il computer domestico più venduto di tutti i tempi: oltre 17 milioni di unità nel mondo.
In Italia fu un fenomeno trasversale: i ragazzi lo volevano per giocare, i genitori lo compravano convinti che servisse per studiare. La realtà?
Ci si passavano i pomeriggi interi a caricare Ghostbusters, Summer Games, The Great Giana Sisters o Pitstop II. E i giochi… si caricavano da musicassette.
Bastava un registratore Datassette, un cavo collegato, e il rito cominciava: play, rewind, load, run, e poi… attese infinite con suoni simili a segnali alieni. A volte caricava.
Altre volte no. E si ricominciava.
Il Commodore 64 divenne anche la palestra di tanti futuri programmatori. C’erano le riviste come Commodore Computer Club, Zzap! e MC Microcomputer, che pubblicavano pagine e pagine di codice da digitare a mano.
Ore a scrivere, riga per riga, solo per vedere apparire una pallina che rimbalzava sullo schermo. In tanti ricordano ancora il suo prompt blu con la scritta READY. in alto a sinistra.
Bastava accenderlo per sognare. Non serviva Internet, né tutorial su YouTube.
Bastava sedersi lì, davanti al televisore, con il joystick in una mano e tanta fantasia nell’altra. I Commodore erano più di semplici computer.
Erano compagni. C’era un’atmosfera unica, fatta di scoperte, frustrazioni, entusiasmo.
Ci si passavano giochi su cassette scritte a mano, si scambiavano trucchi nei corridoi di scuola, si facevano “crackare” i titoli più difficili da amici smanettoni. E ogni volta che compariva la schermata iniziale, ci si sentiva parte di un piccolo futuro.
Quello che non tutti sanno
Il VIC-20 fu il primo computer a vendere oltre un milione di unità nel mondo e il primo ad avere una campagna pubblicitaria televisiva (negli Stati Uniti) con un testimonial d’eccezione: l’attore William Shatner, il Capitano Kirk di Star Trek. Il Commodore 64, invece, venne utilizzato anche da alcune aziende come sistema gestionale, grazie alle sue porte seriali e alla possibilità di collegare stampanti e unità floppy disk da 5,25 pollici.
In Italia nacquero veri e propri “club” di appassionati, spesso nei retrobottega dei negozi di elettronica o nelle biblioteche comunali. E c’è di più: nel 1985, il C64 fu protagonista di uno spot con Claudio Cecchetto che lo presentava come “il computer con cui si può anche giocare”.
Una frase che fece scuola. Ancora oggi, esistono emulatori che riproducono perfettamente i giochi e i programmi di allora, e persino versioni moderne del Commodore 64, come il “C64 Mini”, per chi vuole rivivere quella magia con una TV moderna e un pizzico di nostalgia autentica.