Black Jack: il medico misterioso che curava l’anima oltre che il corpo

Black Jack, il chirurgo senza licenza degli anni 80: storie di medicina, etica e umanità nell'anime di Tezuka che curava l'anima.

Black Jack: il medico misterioso che curava l’anima oltre che il corpo

Negli anni ’90, quando l’animazione giapponese in Italia era ancora dominata da combattimenti, robot e trasformazioni magiche, arrivò in sordina un cartone diverso, cupo, raffinato, umano: Black Jack. Basato sul manga capolavoro del maestro Osamu Tezuka, creatore anche di Astro Boy e considerato il “Dio del manga”, Black Jack raccontava le vicende di un chirurgo geniale e senza licenza, capace di compiere interventi miracolosi… ma sempre avvolto da un alone di mistero e solitudine.

La serie animata arrivò in Italia alla fine del 1999, trasmessa inizialmente su MTV in seconda serata, e in seguito su reti locali e a pagamento. Il pubblico era più maturo, e l’orario di messa in onda – lontano dai pomeriggi dei cartoni “per bambini” – ne sottolineava l’intensità tematica.

L’edizione più nota da noi è Black Jack TV (2004), con 61 episodi, anche se in precedenza erano già arrivati alcuni OAV (Original Anime Video) tra il 1993 e il 2000. Il protagonista, Black Jack, è un uomo dal volto sfigurato, capelli metà bianchi e metà neri, e un passato tormentato.

Non possiede licenze mediche ufficiali, ma il suo talento chirurgico sfida la scienza stessa. Con la sua fedele assistente Pinoko – una bambina apparentemente buffa, ma in realtà frutto di un intervento straordinario – si muove in un Giappone sospeso tra realismo clinico e simbolismo esistenziale.

Ogni episodio è un piccolo dramma etico: pazienti in condizioni disperate, malattie rare, operazioni al limite dell’impossibile. Ma il vero cuore della serie sono i dilemmi morali.

Black Jack è un antieroe: chiede compensi altissimi, ma a volte opera gratuitamente chi ne ha più bisogno. Combatte contro la corruzione del sistema sanitario, affronta traumi passati e aiuta persone spezzate dalla vita, non solo dalla malattia.

Lo stile visivo, fedele ai tratti di Tezuka, è volutamente retrò: linee morbide, occhi espressivi, scenografie essenziali. Ma ciò che colpisce è l’atmosfera: silenzi, inquadrature lente, un realismo crudo alternato a momenti quasi onirici.

Black Jack non è solo un cartone, è una riflessione sul valore della vita, sulla sofferenza, sulla dignità e sul mistero della guarigione. Per chi ha avuto il coraggio di seguirlo, è rimasto un’esperienza profonda, una parentesi adulta nel mondo dell’animazione.

Il medico senza licenza, con bisturi e cuore in bilico, ha lasciato un segno silenzioso ma indelebile in chi lo ha incontrato.

Quello che non tutti sanno

Il personaggio di Black Jack fu creato nel 1973 da Osamu Tezuka, che oltre a essere fumettista era anche laureato in medicina. Molte delle operazioni viste nella serie sono basate su reali tecniche chirurgiche, documentate nei suoi appunti universitari.

Pinoko, la piccola assistente, è in realtà un “teratoma” umano (una massa tumorale che conteneva organi e parti sviluppate): Tezuka trasformò questa realtà clinica in una figura poetica. Inoltre, Black Jack è considerato un simbolo di integrità in Giappone, tanto che alcune scuole di medicina usano i suoi episodi come materiale etico per studenti e tirocinanti.