Biglie: piccoli tesori che rotolarono dritto nei nostri cuori

C'era un tempo in cui il cortile della scuola si trasformava in un'arena di sfide epiche. Un tempo in cui il valore di un bambino si misurava dalla precisione del suo "piffetto" e dalla ricchezza della sua collezione di biglie. Erano gli anni Ottanta e Novanta, quando quelle piccole sfere colorat...

Biglie: piccoli tesori che rotolarono dritto nei nostri cuori

C'era un tempo in cui il cortile della scuola si trasformava in un'arena di sfide epiche. Un tempo in cui il valore di un bambino si misurava dalla precisione del suo "piffetto" e dalla ricchezza della sua collezione di biglie.

Erano gli anni Ottanta e Novanta, quando quelle piccole sfere colorate rappresentavano molto più di un semplice gioco: erano moneta di scambio, status symbol e passione travolgente. Le biglie più ambite erano quelle di plastica degli anni Settanta e Ottanta, molto più grandi delle tradizionali biglie di vetro.

Con una metà colorata opaca e l'altra trasparente, custodivano al loro interno veri e propri tesori: le immagini dei ciclisti più famosi dell'epoca. Merckx, Coppi, Moser, Bitossi diventavano eroi in miniatura racchiusi in una sfera che profumava di estate e di avventura.

I distributori automatici vicino alle cartolerie erano le nostre miniere d'oro. Con poche monete si poteva tentare la fortuna, sperando di trovare il ciclista mancante alla collezione o, meglio ancora, quello raro che tutti cercavano.

Le biglie dei corridori erano considerate la versione estiva delle figurine dei calciatori, un rituale che scandiva le vacanze di intere generazioni. Ma le biglie non erano solo da collezione.

Nei cortili polverosi delle scuole si scavavano buche, si tracciavano cerchi e si costruivano piste elaborate sulla sabbia. Il gioco della "tana" era il più diffuso: bisognava far entrare la propria biglia nella buca per poi poter mirare a quelle degli avversari.

Chi colpiva vinceva il bottino, in una battaglia dove strategia e abilità si mescolavano alla fortuna. Esistevano biglie per ogni tasca e ogni desiderio: quelle di vetro colorate in mille sfumature, i preziosi "bioni" d'acciaio recuperati dai cuscinetti delle fabbriche (che valevano fino a dieci biglie normali), e le enormi biglie trasparenti con dentro paesaggi in miniatura che sembravano mondi magici da esplorare.

In spiaggia nasceva il "cheecoting", una disciplina che trasformava la sabbia in circuiti di Formula 1. Si trascinava un bambino per le gambe perché con il sedere tracciasse la pista perfetta, poi si gareggiava con le biglie come fossero bolidi, ricreando le emozioni dei Gran Premi in formato tascabile.

La tecnica del lancio era un'arte da perfezionare: biglia nell'incavo formato dall'indice curvato e la punta del pollice, mira, e via con lo "schicchero" che poteva decidere le sorti della partita. Ogni movimento era studiato, ogni strategia pianificata come se fosse una questione di vita o di morte.

Con l'avvento dei videogame e dei giocattoli tecnologici, le biglie persero gradualmente il loro fascino. I cortili si svuotarono, le piste di sabbia furono abbandonate, e quelle piccole sfere finirono dimenticate in qualche cassetto, insieme ai ricordi di un'infanzia più semplice e genuina.

Quello che non tutti sanno

Il gioco delle biglie ha origini antichissime: già gli antichi Romani utilizzavano palline di coccio per sfidarsi in giochi di abilità. Dal XVIII al XX secolo, la Germania dominò la produzione mondiale di biglie, inizialmente realizzate in marmo (da qui il nome inglese "marbles").

Le biglie di plastica con i ciclisti all'interno nacquero negli anni Settanta come evoluzione delle figurine sportive, diventando un fenomeno di massa nelle estati italiane. Nei cortili delle case FIAT di Torino, i "bioni" d'acciaio erano particolarmente preziosi perché i padri operai li recuperavano dai cuscinetti delle automobili in fabbrica.

Il termine "piffetto" o "schicchero" per indicare la tecnica di lancio deriva dai dialetti regionali e variava da città a città. Molte biglie vintage oggi valgono cifre considerevoli per i collezionisti, specialmente quelle con ciclisti famosi come Eddy Merckx o Francesco Moser, testimoni silenziosi di quando la felicità aveva la forma perfetta di una sfera.