Bia, la sfida della magia: incantesimi, dolcezza e mistero negli anni dell’infanzia
Bia la sfida della magia, il cartone anni 80 tra dolcezza e mistero: incantesimi e la magia dell'infanzia nel pomeriggio televisivo.
Arrivò sugli schermi italiani il 12 settembre 1981 su Italia 1, in quell’orario incantato del pomeriggio in cui si tornava da scuola e ci si sedeva davanti alla TV con la merenda. Bia, la sfida della magia era il titolo italiano dell’anime giapponese Mahō Tsukai Chappy (letteralmente “Chappy la strega”), ma nel nostro Paese fu ribattezzato per dare più enfasi alla competizione tra bene e male, e per cavalcare l’onda di successo dei cartoni magici come Sally e Ransie.
La serie, composta da 72 episodi e prodotta dalla Toei Animation nel 1974, narra la storia di Bia, una giovane strega che lascia il mondo della magia per vivere tra gli umani e frequentare la scuola. A differenza di altre maghette dell’epoca, però, Bia non arriva solo per curiosità: è coinvolta in una vera e propria “sfida della magia” con la cugina Noa, rivale invidiosa e determinata a farla fallire.
Il concetto della gara, inedito per i cartoni magici fino ad allora, introduceva una tensione narrativa nuova, che teneva incollati bambini e bambine. Bia vive con una famiglia umana che l’ha accolta con affetto, ma deve nascondere i suoi poteri e usarli solo in caso di necessità, sempre con buone intenzioni.
Accompagnata dall’inseparabile animaletto compagno Ombra, un gatto parlante sarcastico e intelligente, Bia si ritrova ogni giorno a fare i conti con piccole e grandi ingiustizie, cercando di aiutare gli amici senza mai svelare la propria vera identità. La magia che compie è spesso colorata, allegra, ma non sempre risolve i problemi: anzi, spesso li complica, regalando spunti comici ma anche momenti riflessivi.
Quello che colpiva di Bia non erano solo i colori pastello e l’atmosfera incantata, ma la profondità emotiva della protagonista: Bia era sì una streghetta con i poteri, ma anche una ragazza sensibile, alle prese con i primi sentimenti, le delusioni scolastiche, i litigi con gli amici, e la paura di essere diversa. La sua forza stava nella capacità di scegliere sempre il bene, anche quando avrebbe potuto “barare” con un colpo di bacchetta magica.
Molto amata dal pubblico femminile, la serie diventò presto iconica anche grazie alla sua sigla italiana, cantata da Lara Saint Paul, che con quel “b e a, b e e ba-be, b e i ba-be-bi, b e o ba-be-bi-bo, b e u ba-be-bi-bo-bu” entrò nella testa (e nel cuore) di milioni di bambine. Negli anni, le repliche su reti locali e le raccolte in VHS ne hanno mantenuto vivo il ricordo.
Quello che non tutti sanno
In Giappone, Bia fu in realtà un seguito spirituale di Sally la maga, il primo anime con protagonista una strega, e fu concepita come esperimento per attrarre un pubblico più moderno e maturo. Inoltre, la versione italiana modificò radicalmente il tono della serie: nella nostra edizione furono censurate alcune scene più cupe (soprattutto quelle legate a Noa e alla magia nera) e persino i nomi furono adattati per rendere più immediata la distinzione tra bene e male.
Curiosamente, Ombra nella versione originale si chiamava “Don-chan” ed era molto più comico e meno riflessivo. E ancora: Bia fu uno dei pochissimi anime magici dell’epoca a introdurre il concetto di “conseguenza morale” legata all’uso della magia, anticipando tematiche che anni dopo sarebbero diventate centrali anche in saghe moderne come Harry Potter.