Barbapapà: la famiglia che cambiava forma e ci ha insegnato l’inclusione

Barbapapà, la famiglia dei cartoni anni 80 che cambiava forma: inclusione e diversità raccontate con colori e leggerezza unici.

Barbapapà: la famiglia che cambiava forma e ci ha insegnato l’inclusione

Andato in onda per la prima volta in Italia il 3 gennaio 1976 su Rai 2 e poi riproposto con grande successo negli anni '80 in fascia pomeridiana su Rai 1 e Rai 2, Barbapapà è uno dei cartoni più iconici e rassicuranti che abbiano accompagnato l’infanzia di migliaia di bambini. La serie, nata dalla fantasia della coppia franco-americana Annette Tison e Talus Taylor, debuttò in Francia nel 1974, e in Giappone fu trasformata in un anime da 45 episodi nel 1977.

La sua forza stava in una semplicità narrativa avvolta in una profonda dolcezza emotiva. Barbapapà era una creatura rosa, tondeggiante, capace di cambiare forma a piacimento pronunciando la frase “Resta di stucco, è un Barbatrucco!”.

Viveva con Barbamamma (nera e raffinata) e i loro sette figli colorati, ciascuno con una personalità ben definita: Barbabella la vanitosa, Barbaforte lo sportivo, Barbazoo l’amante degli animali, Barbalalla la musicista, Barbottina la studiosa, Barbidur lo scienziato e Barbabravo l’inventore. Ognuno rappresentava un carattere, un interesse, una sfumatura della vita quotidiana dei bambini.

Non c’erano antagonisti veri e propri: il conflitto veniva spesso dalla difficoltà di adattarsi o dalla mancata comprensione degli altri. E qui, i Barbapapà intervenivano, trasformandosi in ciò che serviva per aiutare, spiegare, proteggere.

In un mondo televisivo popolato da eroi muscolosi e robot da combattimento, Barbapapà rappresentava una voce controcorrente: una famiglia unita, cooperativa, dove la diversità era il vero superpotere. Negli anni '80, il cartone fu trasmesso anche su reti private come Italia 1, ritagliandosi uno spazio nei palinsesti pomeridiani tra le merende e i compiti.

Il formato breve – ogni episodio durava circa 5 minuti – lo rendeva perfetto per essere inserito tra un programma e l’altro, diventando così una piccola parentesi di poesia quotidiana. Barbapapà ci ha insegnato che non serve essere tutti uguali per stare bene insieme.

Le differenze tra i fratelli erano celebrate e valorizzate, e ogni puntata portava con sé un messaggio semplice ma potente: il rispetto per l’ambiente, per gli animali, per il prossimo. Con la sua grafica essenziale e i colori pastello, il cartone riusciva a trasmettere armonia visiva e calma, un balsamo per l’anima anche nei giorni più frenetici.

Quello che non tutti sanno

Il nome "Barbapapà" deriva dal francese "barbe à papa", che significa zucchero filato. I creatori Annette Tison e Talus Taylor lo inventarono durante una passeggiata a Parigi, quando un bambino chiese ai genitori proprio dello "zucchero filato rosa", e Talus – che non parlava francese – ne rimase colpito al punto da chiedere il significato ad Annette.

Inoltre, nel 1999 fu prodotta una nuova serie animata intitolata La famiglia Barbapapà, con 50 episodi da 5 minuti ciascuno, per aggiornare la saga e farla scoprire a una nuova generazione. Gli autori, coerentemente con la loro visione, non permisero mai l’uso commerciale aggressivo del marchio: Barbapapà doveva rimanere un messaggio d’amore e tolleranza, non un brand da sfruttare.