Apollo 13: quando il fallimento nello spazio divenne il trionfo del cinema

Il 30 giugno 1995 arrivava nelle sale cinematografiche americane uno dei più emozionanti thriller mai realizzati, con la particolarità di essere basato interamente su fatti realmente accaduti: "Apollo 13" di Ron Howard. Il film, che in Italia uscì il 13 ottobre 1995, trasformò una delle missioni ...

Apollo 13: quando il fallimento nello spazio divenne il trionfo del cinema

Il 30 giugno 1995 arrivava nelle sale cinematografiche americane uno dei più emozionanti thriller mai realizzati, con la particolarità di essere basato interamente su fatti realmente accaduti: "Apollo 13" di Ron Howard. Il film, che in Italia uscì il 13 ottobre 1995, trasformò una delle missioni spaziali più drammatiche della storia in un capolavoro cinematografico che tenne milioni di spettatori con il fiato sospeso, nonostante tutti conoscessero già il finale.

La pellicola racconta la vera storia della missione Apollo 13, partita l'11 aprile 1970 da Cape Kennedy con destinazione Luna. L'equipaggio era composto dal comandante Jim Lovell (Tom Hanks), dal pilota del modulo lunare Fred Haise (Bill Paxton) e dal pilota del modulo di comando Jack Swigert (Kevin Bacon), quest'ultimo subentrato all'ultimo momento a Ken Mattingly (Gary Sinise) per il sospetto di esposizione al morbillo.

Quello che doveva essere il terzo allunaggio della storia si trasformò in una corsa contro il tempo per riportare a casa tre uomini quando, tre giorni dopo il lancio, l'esplosione di un serbatoio d'ossigeno danneggiò gravemente la navicella. Il progetto cinematografico nacque dal libro "Lost Moon: The Perilous Voyage of Apollo 13" scritto dallo stesso Jim Lovell insieme al giornalista Jeffrey Kluger nel 1994.

Ron Howard, già affermato regista di successi come "Cocoon" e "Parenthood", fu attirato dalla storia perché rappresentava il perfetto equilibrio tra drama umano e avventura tecnologica. La sfida era raccontare una vicenda di cui tutti conoscevano l'esito, mantenendo però alta la tensione per oltre due ore di film.

Howard si dedicò con maniacale precisione alla ricostruzione storica. Tutti i dialoghi tra il controllo di Terra e la nave spaziale furono tratti integralmente dai dialoghi reali, trascritti o registrati dalla NASA.

Per garantire l'autenticità tecnica, agli Universal Studios venne costruita una replica esatta della sala di controllo Mission Control di Houston del 1970, mentre gli attori che interpretavano i controllori di volo ricevettero un addestramento specifico per maneggiare correttamente gli strumenti dell'epoca. Tom Hanks, Bill Paxton e Kevin Bacon, che interpretavano i tre astronauti, frequentarono lo U.S.

Space Camp in Alabama ed furono seguiti da astronauti veterani delle missioni Apollo, compreso lo stesso Jim Lovell. I tre attori dovettero imparare a utilizzare i 500 pulsanti, interruttori e comandi necessari per far funzionare la navicella spaziale, studiando ogni dettaglio tecnico per rendere credibili le loro performance.

La vera innovazione tecnica del film fu la decisione di girare le scene di assenza di gravità in condizioni reali. Su consiglio di Steven Spielberg, Howard ottenne dalla NASA il permesso di utilizzare l'aereo KC-135, utilizzato normalmente per addestrare gli astronauti.

Questo velivolo, soprannominato "Vomit Comet", può eseguire voli parabolici che creano circa 23 secondi di vera assenza di peso. Il cast e la troupe trascorsero 13 giorni effettuando spesso due voli al giorno, per un totale di circa 612 parabole e oltre quattro ore di riprese in microgravità.

Ed Harris, che interpretava il direttore di volo Gene Kranz, divenne l'emblema della determinazione della NASA con la sua famosa frase: "Il fallimento non è contemplato". La sua performance gli valse una candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista.

Il personaggio di Kranz rappresentava l'intera comunità scientifica americana che lavorò giorno e notte per riportare a casa i tre astronauti. Il film si distingueva per la sua capacità di bilanciare il dramma tecnologico con quello umano.

Le scene nello spazio si alternavano a quelle delle famiglie a terra, in particolare di Marilyn Lovell (Kathleen Quinlan), moglie del comandante, che doveva gestire l'angoscia dell'attesa insieme ai loro quattro figli. Questo parallelismo emotivo amplificava la tensione e rendeva universale una storia che altrimenti sarebbe potuta risultare troppo tecnica.

La colonna sonora di James Horner contribuì enormemente al successo emotivo del film. Le sue musiche orchestrali accompagnavano perfettamente sia i momenti di tensione nello spazio che quelli di commozione familiare, creando un crescendo emotivo che culminava nel drammatico rientro sulla Terra.

Il successo commerciale fu straordinario: con un budget di 52 milioni di dollari, il film incassò 355 milioni in tutto il mondo, di cui 173 milioni nel solo mercato nordamericano. La critica accolse il film con entusiasmo, elogiando la regia di Howard, le performance del cast e soprattutto l'accuratezza tecnica della ricostruzione.

Agli Oscar 1996, "Apollo 13" ottenne nove candidature, vincendo nelle categorie Miglior Montaggio e Miglior Sonoro. Sorprendentemente, né Ron Howard per la regia né Tom Hanks per l'interpretazione principale ricevettero nomination, mentre Ed Harris e Kathleen Quinlan furono candidati come attori non protagonisti.

Il film vinse anche due SAG Awards e ricevette quattro nomination ai Golden Globe. L'impatto culturale di "Apollo 13" andò oltre il successo cinematografico.

Il film riportò l'attenzione del pubblico mondiale sulla storia del programma spaziale americano, stimolando un rinnovato interesse per l'esplorazione spaziale. La frase "Houston, abbiamo un problema" divenne un modo di dire comune per indicare situazioni di difficoltà, anche se nel film venne leggermente modificata rispetto alla versione originale.

Quello che non tutti sanno

La famosa frase "Houston, we have a problem" pronunciata da Tom Hanks nel film è in realtà una versione modificata di quella reale. In base alle trascrizioni ufficiali della NASA, fu Jack Swigert a dire per primo "Okay Houston, we've had a problem here", seguito da Jim Lovell.

Ron Howard decise di modificarla nella versione più conosciuta dal pubblico, seguendo il principio di John Ford: "Se devi scegliere tra la verità e la leggenda, scegli la leggenda". Il vero Jim Lovell appare nel film come capitano della nave di recupero USS Iwo Jima; Howard voleva che interpretasse un ammiraglio, ma Lovell insistette: "Mi sono ritirato come capitano e capitano sarò!".

I genitori di Ron Howard, Rance e Jean, hanno piccoli camei nel film: lei interpreta la madre di Lovell, mentre lui fa il prete che assiste la famiglia. Durante le riprese in assenza di gravità, molti membri del cast e della troupe si ammalarono a causa delle continue accelerazioni e decelerazioni, ma incredibilmente nessuno vomitò durante le sessioni di ripresa.

Nel 2002 il film è stato selezionato per la conservazione nel National Film Registry degli Stati Uniti dalla Biblioteca del Congresso come "culturalmente, storicamente o esteticamente significativo", riconoscimento riservato ai film più importanti della storia del cinema americano.