Almanacco del giorno dopo: la magia medievale che incantava le cene italiane

Il 25 ottobre 1976, alle ore 19:45 precise, iniziava su Rai 1 un piccolo rituale che per diciotto anni avrebbe accompagnato le famiglie italiane verso la cena. Era l'Almanacco del giorno dopo, quel programma dal sapore antico che con la sua atmosfera misteriosa riusciva a fermare il tempo per die...

Almanacco del giorno dopo: la magia medievale che incantava le cene italiane

Il 25 ottobre 1976, alle ore 19:45 precise, iniziava su Rai 1 un piccolo rituale che per diciotto anni avrebbe accompagnato le famiglie italiane verso la cena. Era l'Almanacco del giorno dopo, quel programma dal sapore antico che con la sua atmosfera misteriosa riusciva a fermare il tempo per dieci minuti ogni sera, dal lunedì al sabato.

La voce calda di Paola Perissi, storica annunciatrice Rai, ci guidava attraverso un mondo fatto di effemeridi, santi e curiosità storiche. Prima le informazioni pratiche: "Il sole sorgerà alle... e tramonterà alle...", poi l'immancabile "La luna si leva alle... e cala alle...", formula che sarebbe diventata un mantra per intere generazioni.

Seguiva la biografia del santo del giorno, raccontata con quella solennità che solo la televisione dell'epoca sapeva conferire anche alle cose più semplici. Ma il cuore pulsante dell'Almanacco era "Domani avvenne", la rubrica che con filmati d'archivio raccontava eventi storici accaduti nel giorno successivo.

Un meccanismo temporale affascinante e straniante: parlare del futuro attraverso il passato, anticipare il domani ricordando ieri. Il programma era nato da un'intuizione di Emmanuele Milano, allora vicedirettore del TG1, ed era curato magistralmente da Giorgio Ponti con la collaborazione di Diana De Feo e Fiorella Ranucci.

Lo scopo dichiarato era fare da traino al telegiornale delle 20:00, ma l'Almanacco divenne qualcosa di molto più profondo: un momento di sospensione poetica nel flusso televisivo. Le rubriche si alternavano con sapiente varietà: "In cucina" di Vincenzo Buonassisi, "Dalla parte degli animali" di Danilo Mainardi (storica rubrica del lunedì), "Le pietre raccontano" di Sabatino Moscati, "Conosciamo l'italiano?" di Cesare Marchi, "Vecchio e antico" di Claudio Gasparini.

Persino Piero Angela contribuiva con le sue "Pillole di Quark". L'elemento più magico era però la sigla: la "Chanson Balladée", rondò in stile rinascimentale composto da Antonino Riccardo Luciani nel 1976, spesso erroneamente attribuito al compositore trecentesco Guillaume de Machaut.

Questa melodia medievaleggiante, eseguita da pifferi, spinetta e violoncello con accompagnamento di tamburello provenzale, creava un'atmosfera sospesa tra sogno e realtà. Le immagini che accompagnavano la sigla erano altrettanto evocative: le acqueforti di Giuseppe Maria Mitelli, incisore bolognese del Seicento, custodite nella Biblioteca Casanatense di Roma.

Rappresentavano i dodici mesi dell'anno su un prisma rotante che alla fine si fermava sul mese corrente, creando un effetto ipnotico che molti bambini dell'epoca ricordano con un misto di fascino e inquietudine. Dal febbraio 1977 il programma passò al colore, sostituendo le stampe originali con versioni colorate.

Quando Paola Perissi era assente, la conduzione passava a Maria Giovanna Elmi, Peppi Franzelin o, occasionalmente, a Nicoletta Orsomando. Il 18 gennaio 1992 l'Almanacco chiuse per la prima volta, vittima del cambiamento dei tempi e degli ascolti.

L'Italia stava cambiando: le nonne che non perdevano mai una puntata se ne stavano andando, i figli avevano fretta di tutto, i nipoti volevano i cartoni animati di Italia 1. Ma le proteste del pubblico furono talmente intense che nell'ottobre dello stesso anno tornò in onda all'interno del quiz "Ci siamo?" con Ilaria Moscato, per poi riprendere l'autonomia nel marzo 1993 e chiudere definitivamente il 26 febbraio 1994.

In totale furono trasmesse circa 5.000 puntate di questo piccolo gioiello televisivo che sapeva trasformare dieci minuti di informazioni banali in pura poesia, grazie a quella combinazione unica di musica antica, immagini evocative e ritualità quotidiana che non sarebbe mai più stata replicata.

Quello che non tutti sanno

La "Chanson Balladée" di Antonino Riccardo Luciani fu pubblicata in un rarissimo 45 giri RCA nel 1977, oggi introvabile tra i collezionisti. Le acqueforti del Mitelli nella sigla non erano casuali: ogni mese aveva un significato preciso, come gennaio con l'uomo che porta secchi d'acqua bucati (simbolo di spreco) o marzo con l'uomo vestito di stracci e la bandiera "W Bologna".

Il programma iniziò in bianco e nero e solo dal 28 febbraio 1977 passò al colore. Tra le rubriche c'era anche "C'era una volta...", che mostrava spezzoni di cartoni animati da Braccio di Ferro a Betty Boop, da Tom & Jerry a La Linea.

Il prisma della sigla aveva dodici facce, non otto come molti ricordano, e alla fine di ogni puntata c'era sempre una citazione famosa letta dagli speaker Rai. Il programma fu parodiato negli anni Ottanta dal Trio durante "Tastomatto", con Anna Marchesini che fingeva di bagnarsi la mano nei secchi di gennaio del Mitelli.