A-Team: quando ogni episodio era una missione impossibile (ma riusciva sempre)
C'era un tempo in cui il sabato sera significava una sola cosa: A-Team. A partire dal 21 settembre 1985, Italia 1 trasmise per la prima volta questa serie americana, che in breve tempo divenne un vero fenomeno cult nel nostro Paese. Ogni episodio era un mix esplosivo di azione, ironia e ingegno m...
C'era un tempo in cui il sabato sera significava una sola cosa: A-Team. A partire dal 21 settembre 1985, Italia 1 trasmise per la prima volta questa serie americana, che in breve tempo divenne un vero fenomeno cult nel nostro Paese.
Ogni episodio era un mix esplosivo di azione, ironia e ingegno militare, capace di incollare intere famiglie davanti alla TV, creando una sorta di rito collettivo settimanale. La serie, ideata da Stephen J.
Cannell e Frank Lupo, era andata in onda negli Stati Uniti dal 1983 al 1987 per un totale di 5 stagioni e 98 episodi. In Italia arrivò due anni dopo, trasmessa inizialmente la sera del sabato, nella fascia delle 20:30, e divenne subito un punto fermo della programmazione televisiva anni '80, tanto che Mediaset lo ripropose più volte negli anni successivi, cambiandone anche collocazione.
Il cuore della serie erano loro: il colonnello John “Hannibal” Smith (George Peppard), geniale e imprevedibile stratega dal sorriso beffardo e il sigaro sempre acceso; il tenente Templeton “Sberla” Peck (Dirk Benedict), bello, scaltro e irresistibile con le donne; il sergente Bosco “P.E.” Baracus (Mr. T), muscoli e collane d’oro, forza bruta ma cuore tenero; e il capitano H.M. “Howling Mad” Murdock (Dwight Schultz), pilota eccentrico, matto quanto geniale.
Quattro ex militari delle Forze Speciali, accusati ingiustamente di un crimine durante la guerra in Vietnam, che si davano alla fuga, aiutando chi ne aveva bisogno. La loro arma segreta era l’ingegno: con pochi materiali riuscivano sempre a costruire congegni improbabili – spesso in un fienile o in un’officina improvvisata – per affrontare criminali, mafiosi, corrotti e prepotenti.
Il tutto senza mai uccidere nessuno: A-Team era una serie piena d’azione, ma completamente priva di sangue. Era una violenza da cartoon, in cui i proiettili volavano ma nessuno moriva davvero, le auto saltavano in aria ma gli occupanti ne uscivano illesi.
Ed era proprio questa la sua forza: adrenalina e ironia, senza dramma. La sigla d’apertura, con la voce narrante che raccontava l’origine del team, è diventata leggenda: "Nel 1972, un commando composto da quattro dei migliori uomini dell’esercito americano venne incarcerato da un tribunale militare per un crimine che non aveva commesso...".
Bastavano queste parole per attivare la nostalgia ancora oggi. Mr.
T, già celebre per "Rocky III", divenne una vera icona pop. I bambini degli anni ’80 lo imitavano, collezionavano le sue action figure e volevano a tutti i costi la sua pettinatura mohawk.
La sua frase “I pity the fool” è ancora citata oggi, a dimostrazione dell’impatto culturale duraturo della serie. A-Team rappresentava un ideale di giustizia popolare, in cui l’astuzia batteva la prepotenza, e in cui i "buoni" erano disobbedienti ma con un codice morale ferreo.
Forse per questo lo amavamo così tanto: perché parlava, in fondo, anche del nostro desiderio di rivincita contro le ingiustizie quotidiane.
Quello che non tutti sanno
L’iconico furgone nero con la striscia rossa, una GMC Vandura del 1983, non fu mai realmente utilizzato come mezzo principale nella primissima puntata pilota: in quell’episodio, infatti, il furgone era diverso e privo di dettagli iconici. Solo dalla seconda puntata il veicolo diventò ufficialmente quello che tutti ricordiamo.
Inoltre, George Peppard e Mr. T non si sopportavano fuori dal set: pare che Peppard, attore classico, considerasse Mr.
T solo un “fenomeno da baraccone”, mentre Mr. T lo trovava arrogante.
Infine, Dirk Benedict (Sberla) fu scelto per sostituire l’attore originale del pilot (Tim Dunigan), ritenuto troppo giovane per il ruolo: un cambiamento che decretò il successo definitivo del personaggio.